Il 13 settembre 1982, con la Legge n.646, entra in vigore la legge Rognoni-La Torre, destinata ad assumere i connotati di rivoluzione giuridico-culturale grazie all’introduzione, nella legislazione italiana, di misure di prevenzione e di contrasto al fenomeno mafioso.

La conferenza del 15 febbraio 2022 tenutasi nell’Aula Magna del Liceo Teresa Ciceri di Como, ha posto come tema centrale proprio uno dei principali punti cardine della legge 646: oltre infatti a individuare una nuova tipologia di reato, cioè il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, introdotto con l’Art.416 bis del codice penale italiano, la legge introduce la possibilità di aggressione ai patrimoni illeciti, cioè di colpire economicamente le proprietà delle organizzazioni criminali, attraverso la confisca e il sequestro.

Storicamente l’applicazione di queste misure è sempre stata la conseguenza diretta di una condanna per qualsiasi reato che avesse prodotto un profitto o un vantaggio illecito. In questo modo si andava a legittimare l’ablazione: in diritto pubblico, quell’atto giudiziario che comporta trasferimenti coattivi di cose, beni o utilità, a vantaggio di pubbliche amministrazioni al fine di far venire meno il vantaggio economico, politico e sociale realizzato tramite attività illecite.

Tale sistema, che potremmo definire come una “aggressione patrimoniale a posteriori”, incontrava però una criticità: non è sempre facile o possibile andare ad individuare una relazione diretta e immediata tra la commissione di un reato e il successivo vantaggio economico realizzato. 

Per questa ragione la Legge 646 rovesciò il sistema: venne introdotta la possibilità di aggredire i patrimoni delle organizzazioni mafiose, di cui non sia possibile legittimare la provenienza legale, ancora prima che ne venga provato in giudizio il nesso diretto con la commissione di un reato.

Questo significa che il tribunale competente può ordinare con decreto motivato, qualora abbia motivo di ritenere che un determinato patrimonio sia frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego, sia il sequestro preventivo che conservativo dei beni di proprietà del soggetto nei confronti del quale sia stato avviato un procedimento di prevenzione perché accusato di appartenere all’associazione di stampo mafioso.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione perché introduce un cambiamento paradigmatico, cioè l’inversione del carico probatorio: non è più il Pubblico Ministero a dover dimostrare la provenienza illecita di un patrimonio, ma è lo stesso soggetto imputato e che si è arricchito a dover provare la provenienza legale di quel determinato arricchimento.

Ed è proprio questa legge la base del successivo provvedimento approvato nel 1996 per il riutilizzo dei beni confiscati per scopi sociali, grazie alla campagna “Le mafie restituiscono il maltolto” lanciata dall’associazione “Libera” nel corso dell’anno precedente, finalizzata ad andare a rimettere su un piano sociale-costituzionale ciò che è stato precedentemente oggetto di “rapina violenta”, tramite tecniche economiche e finanziarie oggi sempre più sottili e nascoste, soprattutto perché velate da apparenze legali.

Proprio la “riutilizzazione dei beni confiscati alle mafie” è il tema centrale della conferenza intorno al quale si è concentrato il dibattito dei diversi relatori coinvolti: il presidente del Centro Studi Pio La Torre Vito Lo Monaco, l’Avvocato civilista Giuseppe Monti, il giornalista Paolo Moretti, la Dottoressa Maria Luisa Lo Gatto e Don Giusto della Valle, parroco di Rebbio.

Fondamentale iniziare l’analisi a partire dalle parole dell’avvocato civilista Giuseppe Monti, che riprendendo l’introduzione di Vito Lo Monaco, pone l’attenzione su come il principio della “riutilizzazione per scopi sociali” non abbia solo un valore di contrasto economico alle mafie, ma abbia anche un valore giuridico-costituzionale, politico e infine etico.

Partiamo proprio dal valore giuridico-costituzionale. L’Articolo 2 della Costituzione italiana afferma: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale”. Lo stesso Avvocato Monti, in relazione a tale Articolo, afferma: “Cosa c’è di più “anticostituzionale”, nel senso di contrario ai principi di cui sopra, del comportamento delle mafie?”. Il comportamento delle organizzazioni criminali infatti è unicamente diretto all’accumulo di ricchezza, tramite metodi e sistemi illeciti, che vadano esclusivamente ad incrementare la propria potenza economica e politica e il proprio ruolo egemone su porzioni di territorio sempre più ampie, dal Nord al Sud della Penisola, senza in alcun modo apportare un contributo “di solidarietà politica, economica, sociale” alla collettività che 

rimane nella maggior parte dei casi danneggiata da questi processi.

La “riutilizzazione” ha poi un importante ruolo economico nel contrasto alle mafie. Essa va 

infatti a colpire quello che è il fulcro del potere criminale mafioso, cioè l’accumulo di ricchezze. 

Un accumulo di ricchezze che già dall’ultima frazione del XIX secolo ha connotato alcune precise zone del territorio nazionale e che è stato realizzato tramite associazioni segrete, tra cui quella mafiosa, non sufficientemente combattute dal vecchio stato liberale, dal regime fascista e per ultimo dalla Prima Repubblica (1948-1992). Per una serie di contraddizioni interne al sistema o di cause esterne, si sono tutti dimostrati incapaci, volontariamente o meno, di aggredire concretamente le organizzazioni mafiose. 

Per quanto riguarda lo Stato Liberale e il regime fascista la motivazione si individua da una parte in una conoscenza e in una considerazione ancora eccessivamente limitata del fenomeno mafioso, mentre dall’altra nella volontà di tessere già a quel tempo una fitta trama di relazioni nascoste tra le istituzioni e le organizzazioni criminali.

Per quanto concerne la Prima Repubblica invece la lotta alle organizzazioni criminali fu sicuramente rallentata dalla necessità di “ripagare” le stesse per il fondamentale ruolo logistico giocato nell’organizzazione dello sbarco degli alleati americani in Italia durante la seconda Guerra Mondiale.

Come infatti dettagliatamente spiegato da Saverio Lodato e Nino di Matteo all’interno del libro “Il Patto Sporco”, per l’organizzazione dello sbarco in Sicilia del 9 luglio 1943, gli alleati americani si rivolsero, come attestato da molteplici documenti storici e da diverse testimonianze sia scritte che orali, alle organizzazioni criminali, in particolare a “Cosa Nostra”, che già godeva di un legame “profondo” con il Nuovo Continente, per la presenza di clan affiliati anche negli Stati Uniti, e in particolare grazie alla collaborazione di Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana.

Proprio per questo motivo lo Stato fu “costretto” a venire a patti con chi aveva svolto quel ruolo importante nel processo di liberazione italiana.

Tra le altre cose, tale dato storico permette di individuare un altro tratto tipico delle organizzazioni criminali, ovvero il loro carattere camaleontico. Esse si contraddistinguono infatti, sin dalle origini, per un’elevata capacità di adattarsi alle situazioni concrete e molteplici che il preciso momento storico determina: non sono monolitiche, ma anzi cambiano periodicamente la propria fisionomia in risposta alla domanda e alle varie opportunità espresse dal mercato e dalla situazione storico-politico-economico-sociale contingente.

In tal senso quindi la riutilizzazione ha un forte significato economico perché va a colpire subito le organizzazioni criminali laddove istituiscono il centro della loro forza e del loro dominio, cioè la potenza economica, impedendo infatti che esse possano ritornare in possesso dei beni che gli siano stati precedentemente sottratti.

Anche politicamente ha un valore importante. Con la “riutilizzazione” dei beni confiscati alle mafie, come detto sopra, esse sono infatti colpite nel centro dei loro interessi, perché sono proprio questi beni la fonte del loro sostentamento e della loro sopravvivenza.

In questo modo la politica, che si è spesso dimostrata connivente e poco impegnata ad attaccare le organizzazioni criminali al di là delle apparenze esteriori, prende invece una posizione precisa e agisce contro la mafia e a tutela della collettività. Se infatti l’Art.3 della Costituzione al 2° Comma afferma che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, allora lo Stato deve necessariamente intervenire, con tutti i mezzi di cui dispone, contro le organizzazioni criminali che rappresentano a tutti gli effetti un ostacolo per il benessere economico, sociale e spirituale dei cittadini.

L’ultimo ambito di importanza del principio di “riutilizzazione” lo individuiamo sicuramente nell’etica. Rispetto a ciò ritengo fondamentale riprendere l’intervento della Dott Ssa Maria Luisa Lo Gatto.

Tramite le sue parole è infatti possibile comprendere come la vera e propria svolta rivoluzionaria nel processo di lotta alle organizzazioni criminali e soprattutto nel percorso di “riutilizzazione dei beni confiscati alle mafie” non provenga dall’alto (dalle istituzioni), ma sia piuttosto l’esito di una battaglia che è stata e continua ogni giorno ad essere combattuta dal basso (da singoli cittadini privati o da associazioni private come “Libera”, di cui sopra).

Questo concetto permette di rifarsi a quello più generale di antimafia, come quella pratica quotidiana esercitata “dal basso”, cioè da movimenti spontanei impegnati nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Infatti le istituzioni, che certo svolgono un ruolo importante se non fondamentale nella lotta alle mafie, hanno bisogno del supporto della società civile: in tal senso, i comportamenti quotidiani diventano fondamentali.

In particolare, la Dottoressa parla di “pedagogia mafiosa” per riferirsi al fatto che il vero valore nascosto dietro alla riutilizzazione dei beni confiscati alle mafie non sia tanto solo quello di togliere potere economico e nell’immaginario collettivo alle mafie, bensì si debba individuare nel coinvolgimento del territorio e del tessuto sociale che quotidianamente praticano comportamenti diametralmente opposti, in funzione antagonista, a quelli mafiosi.

La finalità sociale del principio della “riutilizzazione” non è solo infatti quello di andare a restituire risorse precedentemente sottratte ad un tessuto malato, ma anche di restituire risorse che possano aiutare a ricostruire un nuovo sistema sociale sano, fondato sui concetti di solidarietà e integrazione. L’obiettivo è quello di restituire al tessuto sociale “un mare di opportunità” nella costruzione di un Welfare sociale, che miri al consolidamento dei principi antagonisti a quelli mafiosi.

Un esempio concreto di ricostruzione del sistema sociale sulla base di tali criteri di Welfare, proviene sicuramente dal parroco di Rebbio, Don Giusto della Valle, intervenuto nel corso della conferenza.

Don Giusto della Valle infatti è oggi responsabile di uno stabile per l’accoglienza dei minori non accompagnati, profughi provenienti soprattutto dalla Somalia, dall’Eritrea e dall’Est Europa, e di alcuni appartamenti sottratti in via temporanea alle mafie. Proprio uno di questi, come raccontato nel suo intervento, ospita oggi ad esempio una famiglia del Salvador di cinque persone, scappata dalla terra di origine perché minacciati dalle mafie proprio per l’impegno del padre, poliziotto, nella lotta ad esse.

Sottolineo le parole che Don Giusto  ci ha lasciato,  vedere, giudicare e agire.

Per l’antimafia, funzionale e consapevole, è  mettere in atto comportamenti virtuosi, per un effettivo contributo al sistema in termini di ricostruzione sociale. Parla infatti di.

Vedere,  è la capacità di guardare, osservare, prendere in considerazione la realtà circostante e fare un’analisi di essa, per capire ciò che funziona e quelli che invece sono gli elementi di disfunzionalità.

Con giudicare intende la capacità di formulare una propria idea, nata da sé, priva di influenze e/o costrizioni esterne: significa prendere posizione sulla realtà osservata e successivamente analizzata.

Con agire intende la capacità di informarsi e di “sporcarsi le mani in prima persona”.

L’antimafia infatti, come affermato anche dalla Dottoressa Logatto, si fa in prima persona, 

muovendosi sul territorio per comprendere quali siano le realtà che necessitano di un aiuto e di un sostegno oppure di una spinta alle istituzioni troppo spesso inermi.

Antimafia è quindi  per me anche quello che quotidianamente fa il giornalista Paolo Moretti, intervenuto nel corso della conferenza. 

Antimafia è tutto ciò che riguarda la capacità di rendere i cittadini consapevoli delle condizioni che caratterizzano il territorio che vivono e delle situazioni contingenti e concrete che ogni giorno lo pervadono. 

Ed è quello che Parolo Moretti cerca di fare quotidianamente rispetto alla realtà del comasco, raccontando ciò che ogni giorno accade, con particolari riferimenti ovviamente a fenomeni mafiosi, al fine di informare i cittadini.

L’informazione insomma, in ultima analisi, è il fulcro dell’antimafia efficace, e quindi della libertà. Per riprendere le parole di Don Giusto, rimaste impresse nella mia memoria: “Si riesce a governare, controllare e comandare meglio un popolo addormentato, piuttosto che un popolo sveglio, pensoso, capace di vedere, giudicare e agire”.

Rio Fabio 5OA