Una retrospettiva da Banksy a Andy  Wharol

Nel 2018 ha avuto luogo, a Roma, ‘’Art is Money’’, una mostra d’arte contemporanea con 60 opere che, passando per il biellese  Pistoletto e Obey, per il  quaranteseienne writer  Banksy  , giungono in  retrospettiva   fino a  Keith Haring ed Andy Wharol,  raccontando  l’intricato, viscerale e assolutamente non banale rapporto tra il mondo dell’arte e il denaro

Una relazione speciale quella instaurata nel corso dei secoli tra moneta ed arte, che ha saputo raccontare i cambiamenti sociali, storici e culturali, facendosi interprete e, molto spesso, divenendo protagonista, tutt’altro che secondario,della sensibilità artistica del tempo. Questo rapporto, apparentemente conflittuale, si presenta nella mente di alcuni intellettuali in una veste di quasi-contrapposizione dicotomica. Secondo Jacque Attali, filosofo ed economista, «L’arte è un gesto di indipendenza contro qualsiasi tipo di potere, sia politico, sia religioso, che economico. Per cui , quando il denaro interferisce con l’arte, non è più arte»..

 Art is money – Money is art vuole però raccontarci un’altra storia. Arte e denaro non sono due elementi appartenenti a universi opposti, né tanto meno due mondi antitetici, dove l’esistenza dell’uno implica la negazione dell’altro, anzi, in un certo qual senso il denaro è spesso stato il  “grilletto “  che ha permesso la realizzazione di alcuni dei più grandi capolavori di sempre. 

   Gli artisti di questa mostra , hanno ritagliato, dipinto e customizzato banconote americane da 1 dollaro, imprimendo all’oggetto un nuovo valore, una nuova luce interpretativa che si configura attraverso l’estetica della pittura e del disegno, completandosi nella trasmutazione dell’oggetto.  La banconota, in questo modo, assume un connotato diverso da quello originario che riguardava l’impegno economico.     Infatti alla base di ciò, vi è la volontà di parafrasare l’intricato rapporto tra il mondo dell’arte e il denaro, che ha portato a cambiamenti sociali, storici e culturali, ma in particolar modo al mutamento della sensibilità artistica del tempo.                                                                                  

  Questo vincolo, apparentemente conflittuale, si presenta nella mente di alcuni intellettuali in una veste di quasi contrapposizione dicotomica.                                                                                             

Nella mostra, ironia e divertimento si conciliano per far nascere una riflessione nell’osservatore.

Tra le opere, possiamo scorgere quella di Andy Warhol. L’artista degli anni Sessanta, con la sua eclettica personalità, ha ripreso la banconota americana da due dollari, apportando delle modifiche: ha attaccato una marca postale del 1976 e sul fronte vi è la sua firma.                                                   

Ma non è il primo lavoro che contiene il simbolo dei Dollari, in quanto il pittore lo ripete in maniera ossessiva nei suoi capolavori, imbevuti di una carica d’ironia per divulgare, provocatoriamente, i vizi della società dei consumi.                                                                                                                            Nonostante ciò, Andy Warhol non è del tutto antitetico a questo sistema capitalistico. Nel suo libro ‘The Philosophy of Andy Warhol’’ sembrerebbe suo volere, trasmettere un messaggio positivo a favore, facendo riferimento alla Coca-Cola e affermando che la vera democrazia troverebbe compimento nella società dei consumi, che renderebbe tutti uguali dinanzi alle caratteristiche dei prodotti più diffusi. I prodotti più familiari, più banali, d’uso quotidiano, che tutti sono in grado di procurarsi, diventano dunque la specifica più nota dell’arte di Andy Warhol che desiderava porre l’attenzione degli osservatori proprio su questi oggetti, talmente ordinari e banali da suscitare anche scalpore.                                                                                                                    

 Lo stesso autore disse che egli era del tutto integrato nella società dei consumi, tanto che l’abitudine di consumare lo stesso prodotto, tipica dell’ambiente capitalistico, era divenuta talmente ripetitiva da dominarlo e inglobarlo nella sconsolata logica del mercato (da qui derivano opere come ‘’Campbell’s Soup Cans’’   e ‘’Three Coke Bottles’’).

In questo modo, le sue composizioni diventavano oggetti di propaganda che subivano l’azione diretta del consumismo.                                                                      

Quindi la figura di Warhol si muoveva sul filo di un’ ambiguità che rendeva difficile distinguere il sottile confine tra conformismo e la critica.  Ma possiamo dire che, anche se con le sue opere voleva superare quel sistema economico-sociale basato sul mercato dell’arte, il suo convincimento ricadeva sempre nell’oblio del capitalismo.

Questo fenomeno è paragonabile a quello dei Bohémien, quel gruppo di artisti francesi, diffusosi tra fine 800 e inizio 900, che rifiutava gli stili di vita convenzionali e con esso il capitalismo. Il Bohème come forma di protesta, sceglieva modi di vivere irregolari che andavano contro i valori borghesi dell’epoca e quindi si alienava da una società caratterizzata dal mercato e dalla produttività.  Ma l’isolamento era parziale perché vi era l’impossibilità di recidere del tutto il legame con il capitalismo. Questo stile di vita comportava povertà e li spingeva spesso  verso la travolgente tentazione di soddisfare il volere del pubblico, di ‘’svendersi’’, lasciando che l’economia guidasse la loro arte.                                

 Di fatto  ostentare di  rimanere leale alla propria genialità e  sognare che l’arte rimanga una fede, anziché un mestiere, si scontrano  con la convinzione che il denaro non è del tutto irrilevante nella vita dell’artista. 

Al contrario, un artista ostile a questo pensiero, è Banksy writer inglese considerato uno dei maggiori esponenti della street art, la cui vera identità rimane ancora sconosciuta.

Le sue opere sono spesso a sfondo satirico e sovversivo  riguardano argomenti come la politica, la cultura e l’etica, lui ama combinare  un umorismo oscuro con graffiti eseguiti con la tecnica dello stencil. I suoi murales di critica politica e sociale sono apparsi su strade, mura e ponti di città in tutto il mondo.

Il lavoro di Banksy è nato nella scena underground di Bristol, e si mostra su superfici pubblicamente visibili. Non vende fotografie o riproduzioni dei suoi graffiti di strada, ma è noto che i banditori d’aste cercano di vendere la sua arte di strada sul posto  ignorando il problema della sua rimozione.

La scelta del writer inglese di cancellare la sua traccia artistica viene interpretata subito come gesto di ribellione del meccanismo commerciale che “piega” l’opera artistica alla semplice quantificazione monetaria del valore, egli vuole ingannare il sistema. Inoltre, la preferenza di dipingere murales e non quadri allude al suo rifiuto di essere rappresentato in maniera esclusiva da una galleria e di esporre in musei privati, opponendosi allo schema mercificatorio delle opere.                                                                                  

Egli si propone come artista libero da qualsiasi vincolo e garantisce che i messaggi presenti nelle sue opere, siano puri e veritieri, rompendo ogni modello di linguaggio.                                                               Banksy prende di mira il capitalismo e in particolare il mercato dell’arte dove i consumatori sono spesso senza capacità di critica necessaria senza comprendere l’arte stessa. Il consumismo, diventa così, principio e fine di una dinamica sociale che rende l’individuo sempre più incline all’acquisizione di beni materiali e all’ossessione del possesso. 

I casi fin qui esaminati rappresentano lo schema classico di intendere l’arte, ovvero come strumento di critica verso i costumi della società oppure come merce di guadagno, ma mi sento in dovere di nominare un artista innovativo, grazie al quale sono venuta a conoscenza di un nuovo modo di intendere l’arte. Paolo Minoli noto pittore e scultore canturino scomparso nel 2004 ,  per lui  l’arte come espressione del bello,  non risiedeva nelle forme ma in sequenze con variazioni di colori in grado di suscitare nell’osservatore emozioni. Egli rompe ogni modello delle logiche commerciali, infatti le sue opere sono caratterizzate da banali accostamenti di colore, non vi è alcuna figura, allegoria o significato che porta il pubblico ad attribuirvi un valore. Se parliamo di anticonformismo, lontano da vecchie logiche commerciali, egli ne dà un chiaro esempio.

Purtroppo questo non è bastato a salvare la sua arte dai galleristi che si sono precipitati a monetizzare anche ‘’banali sequenze di colori” pur di ricavarne pecunia.   

Secondo me la vera arte sarà possibile solo quando il commercio, basato sulla soddisfazione di beni altrui, cesserà di influenzare le scelte dell’artista.

Bisogna considerare l’opera d’arte il frutto del genio, una mente eletta che coltiva ideali intellettuali sempre più innovativi rispetto alle consuetudini del mestiere, che devono rimanere estranee ai criteri mercificatori.

 L’arte deve essere un gesto di indipendenza da ogni potere economico e quando il denaro interferisce con l’arte, non si può più considerare tale anche se il titolo della mostra     vorrebbe suggerire il contrario .                                                                                                                                                                                                                    

PLENZICH MARICA

Classe V M – Liceo Musicale

Anno 2019-20