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L’applauso del pubblico risuonava unanime nella sala del Teatro alla Scala di Milano, quella sera d’autunno. Fuori il vento accarezzava le foglie secche portandole via con lui. Gli alberi, spogli, richiamavano a loro le ormai cadute compagne; queste urla mute e taciturne non potevano essere sentite da nessuno e gli alberi  spogli parevano anime eternamente incatenate al suolo. Anna uscì in fretta dal teatro, con la custodia del violoncello sulle spalle. Un refolo di vento scompigliò i capelli di fuoco ed accarezzò le sue guance colorate da piccole lentiggini. Non aveva salutato nessuno uscendo, altrimenti avrebbe perso l’ultimo treno della serata, rischiando di arrivare troppo tardi a casa e infrangere il coprifuoco impostole dalla madre. Qualcuno però le aveva fatto scivolare un biglietto nella mano, lei lo aveva riposto nella tasca del suo cappotto blu dimenticandosene. L’uomo che glielo aveva dato era per lei sconosciuto. Arrivata alla stazione, riuscì a prendere  a volo il treno che in quel frangente partì. Arrivò a casa in tempo. Sua madre l’attendeva in cucina, seduta. La guardò con occhi torvi, ma Anna non ci fece troppo caso, essendoci  abituata, e scivolò in camera sua. Era notte fonda e un fascio di luce fioca illuminava la stanza della ragazza mentre fuori nel buio  un temporale era in arrivo. Al mattino Anna venne svegliata dal rumore battente della pioggia sul vetro della finestra. Guardò fuori e vide la città avvolta nella fitta nebbia mentre lampi e tuoni orchestravano tra le nuvole grigie del cielo. Sua mamma era già uscita. La ragazza andò in bagno e guardandosi allo specchio notò, nonostante tutto, la sua espressione cupa e sofferente. Aveva un volto inciso dalla disperazione. Nonostante fossero passati anni da quel tragico evento. Suo padre era sparito in condizioni misteriose mentre stava indagando su un caso in Libia per il giornale per il quale lavorava. Anna aveva diciotto anni all’epoca. L’interpool, nonostante le minuziose indagini, non aveva scoperto niente sulla sparizione dello stesso. Qualcuno era riuscito a nascondere efficacemente il crimine; molti infatti pensavano che fosse stato rapito, o scoperto in possesso di prove incriminanti sull’inchiesta che stava svolgendo. Nessuno era al corrente di cosa si trattasse. Anna sapeva però che quello che le avevano detto non era tutto, ma che c’erano tante cose ancora da svelare. Si sciacquò il viso con un po’ d’acqua gelida. Voleva che il brutto ricordo le scivolasse addosso come quelle piccole goccioline. Improvvisamente si ricordò del biglietto che quello strano uomo le aveva dato. Corse subito in camera sperando che la madre non avesse buttato in lavatrice il suo cappotto; per fortuna era ancora lì, agganciato all’attaccapanni. Rovistò nella tasca e finalmente si ritrovò tra le mani quel pezzettino di carta che nascondeva un messaggio enigmatico, incomprensibile. Milano 14:52. Che cosa significava? Erano solo il nome di una città ed un’ora precisa. Qualcuno voleva che si incontrassero a Milano alle quattordici e cinquantadue, ma la città è così grande e sul biglietto non era indicato indirizzo alcuno. Anna si sedette sul materasso morbido del suo letto e, tenendo il  foglietto in mano, cominciò a scrutarlo, senza mai staccare gli occhi. Nella sua testa c’era tanta confusione simile a quella che un uragano provoca al suo passaggio. Tutto sembrava così strano, eppure una risposta alle sue infinite domande c’era, ci doveva essere. In un attimo il suo cervello cominciò a cercare tra gli innumerevoli scaffali della memoria indizi che potessero riguardare in qualche modo quell’ora. Si rese conto in poco tempo che quelle cifre poco significanti sarebbero potute diventare in un secondo una data ,bastava combinarle in tanti modi differenti, ed Anna aveva tanto tempo a disposizione, essendo sabato, non doveva andare a scuola. Accese in fretta il suo computer, e digitò la data millequattrocentocinquantadue nella barra di ricerca. In pochi secondi uscirono una serie innumerevole di avvenimenti accaduti in quell’anno. Anna scorse la pagina fino a quando un nome non le suscitò attenzione. “Bingo!” Urlò a squarciagola spaventando persino il piccione che si era riparato dall’acqua sul davanzale della sua finestra. Cliccò la scritta in blu che la condusse sulla pagina di Leonardo da Vinci. Lesse attentamente e si assicurò che la data di nascita fosse corretta. 1452. “Leonardo, era così facile” si disse. “Ma cos’è presente a Milano di Leonardo? Anna non essere stupida l’avrai visto tante di quelle volte. Il cenacolo!!” Un sorriso si dipinse sulla sua faccia. Doveva trovarsi con qualcuno alle quattordici e cinquantadue al Cenacolo Vinciano a Milano. Alzò lo sguardo dallo schermo del suo portatile e fissò l’orologio, che segnava le tredici e un quarto. Anna si precipitò nell’armadio, mise addosso i primi vestiti che le capitarono fra le mani, prese la sua borsa e il suo cappotto ed uscì di casa sbattendo la porta. Salita sul treno si accomodò sul primo posto libero e cominciò a pensare a chi avesse potuto lasciarle quello strano messaggio, dato che non si ricordava nulla della sera in cui lo aveva ricevuto. Nessuno però le venne in mente. Quando scese dal treno, il sole timidamente faceva capolino tra le nuvole e cominciava a illuminare la città di una luce calda. Si diresse a passo spedito verso il centro, arrivata al Duomo si imbucò per una via stretta e in penombra che la portò davanti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Si guardò intorno, ma non notò nessuno che potesse avere un atteggiamento sospetto. Decise allora di entrare nel piccolo museo. Dirigendosi verso l’ingresso si rese conto dell’infinita fila che avrebbe dovuto rispettare prima di poter entrare; non aveva tempo però, alle quattordici e cinquantadue mancavano solamente cinque minuti. Si infilò tra la folla, destreggiandosi come un serpente. La gente però cominciò ad accorgersi di lei, che con i suoi capelli rossi non passava di certo inosservata, non obiettarono stranamente com’erano soliti fare. Riuscì finalmente ad entrare e, superata la sicurezza, fingendosi figlia del signore americano davanti a lei, arrivò nella sala dell’affresco. Lì si accorse di un ragazzo  solo, di spalle, che fissava l’opera con espressione estasiante. Anna si diresse lentamente verso di lui. Era insicura ed impaurita. Tese la mano in avanti e sfiorò la sua spalla. Il ragazzo si voltò di scatto e guardò Anna con lo sguardo quasi pietrificato. Come se quel gesto facesse riaffiorare in lui brutti ricordi. “A-a-anna? Sei tu?” Disse l’uomo con la voce roca e balbettante. “Si” rispose la ragazza intimorita. “B-b-bene, non s-sai quanto io ti a-a-abbia cercata! Sono Yusef! V-vengo dall’Eritrea! Tuo p-padre per me è s-s-stato la salvezza!” Anna cominciò a guardare stranita il ragazzo che aveva appena conosciuto e che aveva appena nominato suo padre, suo padre che era tre anni prima scomparso durante un’indagine in Libia, suo padre che tutti consideravano morto.

Tre anni prima il padre di Anna si era recato in Libia per condurre un’inchiesta sulle carceri dei migranti, sulla tratta di uomini e sulle torture subite dagli stessi, il padre aveva coraggiosamente fatto affiorare realtà scabrose ed indicibili. Avrebbe dovuto scrivere un articolo di denuncia che purtroppo non vide mai la luce. Venne scoperto durante il tentativo di infiltrazione nella prigione. Fu incarcerato e torturato. Era un grosso capannone e i miliziani non accettavano  visite esterne. Dall’interno tuttavia riuscì a salvare delle vite che scapparono con il suo supporto, uno di questo era Yusef, al quale affidò l’incarico di trovare la sua famiglia ed avvisarla che stava bene.

Anna rimase scioccata da quello che aveva appena sentito. Non poteva credere che suo padre fosse ancora vivo, dopo tanto tempo. Lui era lì in Libia in qualche lurida cella maleodorante, mentre lei non poteva fare niente per aiutarlo. Yusef guardò Anna in silenzio e mentre stava per chiederle se si sentisse bene Anna esclamò “Dobbiamo aiutarlo! Ci sarà pure un qualche modo per tirarlo fuori da lì!” Yusef la guardò perplessa “A-a-anna, sono ormai mesi che la polizia c-c-cerca un modo per entrare e met-t-ttere tutti in salvo, ma ogni v-v-volta vengono fermati dai governi i-i-internazionali”. La ragazza si intristì di colpo, aveva capito che il trauma aveva provocato a Yusef una  balbuzie evidente che rendeva complicata la comunicazione. Era alto, con gli occhi scuri e i capelli crespi e corti. Aveva la carnagione bruna e il corpo gracile ed ossuto. “E invece dobbiamo fare qualcosa, per mio padre e per tutti coloro che sono rinchiusi là dentro. Dobbiamo partire. Ti ricordi dov’è questo posto?” Il ragazzo scosse la testa, si ricordava bene quel posto, l’inferno che aveva vissuto.

Yusef aveva diciotto anni, quand’era partito, viveva in Eritrea con la sua famiglia. Tempo prima il padre si ammalò e la madre non riusciva a permettersi delle cure mediche adeguate. La sorella di Yusef era troppo piccola per lavorare e di conseguenza lui cominciò a fare il corriere per una banda criminale di Asmara, doveva spacciare. I genitori non lo sapevano neanche, a loro diceva di fare il cameriere in un ristorante del centro. Una sera si lasciò cadere in tentazione e disse al cliente che non aveva la sua droga. Yusef non fece mai uso di tali sostanze, ma per una volta voleva sentire l’ebbrezza di dire no a qualcuno, abituato ad una vita di soli si. Questo gesto fu per lui purtroppo un grande errore. Il giorno seguente, avendo saputo ciò che era successo, il capo della banda aveva ordinato che Yusef venisse punito. Gli avevano amputato il mignolo. Yusef non aveva mai provato tanto dolore, aveva cercato di evitare in ogni modo la punizione, voleva rimediare; ma dimenarsi e urlare non aveva fatto altro che peggiorare le cose. Quando tornò a casa, qualche ora dopo, sofferente, aveva la mano fasciata da una garza impregnata di sangue. Yusef dovette dire la verità alla madre perché nessuno avrebbe creduto ad un’altra scusa. Lei non disse niente, si limitò ad abbracciare il figlio cercando di trattenere le lacrime che dentro la stavano lacerando. Il mattino seguente il ragazzo se ne andò angosciato. Voleva arrivare in Europa, voleva aiutare seriamente la sua famiglia. Era riuscito a racimolare dei passaggi fino al confine con il Sudan, da lì sarebbe andato insieme ad altri ragazzi e ragazze, fino in Libia, attraversando il deserto a piedi, sotto il sole cocente. Dopo settimane di viaggio riuscì a raggiungere la Libia, lì venne sedotto da alcuni individui che gli garantivano una barca sicura, la quale lo avrebbe fatto arrivare sulle coste italiane per mille euro, ma così non fu. Venne rinchiuso insieme ad una dozzina di giovani dentro un gigantesco capannone nella periferia di Tripoli. Dentro quel posto c’erano già una cinquantina di persone provenienti da tutta l’Africa e quando Yusef li vide, con i volti così scavati e consumati, con gli occhi socchiusi perché accecati dalla luce, quando li vide, rabbrividì. Rimase lì a lungo. Erano malnutriti, con evidenti segni di violenza sul corpo, picchiati e torturati quasi giornalmente, con martelli, bastoni, e strumenti per la saldatura. Le donne venivano molestate e sporadicamente violentate, davanti a loro, da esseri animali, con il volto sempre coperto. Venivano frequentemente portati via, molti di loro, su dei camion bianchi e arrugginiti. Nessuno sapeva dove li portassero; la certezza era quella che non venissero fatti imbarcare su delle navi che garantivano loro la salvezza. Gli esseri spregevoli, vendevano le donne, le giovani ragazze, mentre gli uomini li lasciano correre, ingenui ed innocenti, per poi finirli. I più fortunati scappavano o venivano anch’essi venduti. Il ragazzo dovette sopportare tutto questo per circa quattro mesi; fino a quando non venne aiutato a fuggire dal padre di Anna, Massimo. Yusef riuscì a scappare. Si imbarcò  su un barcone con altre quaranta persone, imbrogliate dagli scafisti. Il viaggio fu lungo e non privo di tormenti di ogni genere, ma arrivò in Italia salvo. Aveva compiuto diciannove anni.

Riuscì a trovare Anna, dopo lunghe ricerche ed ora era davanti a lei. La ragazza si voltò improvvisamente verso Yusef e lo guardò storto. “Perché quella sera a Teatro mi hai lasciato un biglietto invece di venirmi a parlare?” disse Anna con tono quasi irritato. “Ho p-p-preferito che ci trova-s-s-ssimo da un’altra p-p-parte, poi a me p-p-piacciono tanto le sorprese!” Anna sorrise, Yusef le trasmetteva una strana positività era un ragazzo che sebbene avesse vissuto l’ inferno, conservava questa voglia infantile di giocare, questo generava in Anna tanta tenerezza.  I due ragazzi uscirono dal museo del famoso artista. Si ritrovarono davanti al duomo e Yusef però improvvisamente si fece coraggio. “A-a-Anna, io p-pperò non pos-s-sso venire con te!” La ragazza lo guardò confusa. Yusef le diede una mappa di Tripoli, con il luogo che avrebbe dovuto raggiungere cerchiato in rosso da un pennarello indelebile. Fece cenno di disappunto con la testa guardando fissa il ragazzo, con uno sguardo deluso. “Aa-anna non pos-s-sso rischiare di p-p-perdere tutto quel-l-llo che ho qui! Dev-v-vo aiutare la mia famiglia, li ho già d-d-delusi una volta!”.Anna prese la mappa dalle mani tremanti del ragazzo, si girò di spalle e se ne andò; lasciando Yusef lì, abbandonandolo per sempre. Poco dopo iniziò nuovamente a piovere. Il sole non era abbastanza forte da impedire che la macchia color carbone rilasciasse le sue piccole gocce fredde sul terreno. La pioggia cadeva ritmata. Anna arrivò a casa, in treno non aveva pensato a niente; si era limitata a guardare dal finestrino ricoperto da uno strato sottilissimo di condensa. Avrebbe voluto dire a Yusef tante cose. Che era un ingrato, un egoista, che avrebbe potuto evitare di farle sapere tutto se poi sapeva che non l’avrebbe aiutata, ma forse la ragazza si sarebbe comportata ugualmente. Quando raggiungi una meta difficilmente vuoi ripiombare nel buio, con il rischio di perdere tutto.  In camera sua estrasse il violoncello dalla custodia. Si sedette su una sedia e cominciò a suonare. Lasciò che le dita si muovessero libere sulle corde tese dello strumento. Non conosceva il pezzo che stava suonando, ma non smise. Le piaceva. La rassicurava. Di colpo l’archetto si avvicinò troppo al ponticello emettendo uno stridulo graffio assordante. Anna aprì gli occhi. Prese il leggio che aveva davanti e lo scaraventò dall’altra parte della stanza, graffiando lo specchio. Un momento magico interrotto da un errore. Nessuno era perfetto, ma per Anna la perfezione era un dogma da rispettare. Sua madre rientrò in casa. Il loro rapporto era tormentano da quando il padre era scomparso. Non le disse niente di tutto quello che aveva saputo, non meritava di essere a conoscenza di ciò, quando non aveva fatto niente per scoprire di più sulla scomparsa del marito. Per Anna, quel comportamento era imperdonabile. Decise di andare via, di  salvare suo padre.

Tre giorni dopo Anna era già in Libia. Alla madre aveva detto che sarebbe andata ad un corso di violoncello,  le aveva mentito. Tripoli era per Anna una bella città, la guerra però l’aveva consumata e questo era una realtà di fatto. Camminò a lungo al confine tra sabbia e asfalto, doveva trovare il prima possibile quel capannone. Tripoli era grande però. Al terzo giorno di ricerche, finalmente arrivò alla meta. Il sole era calato, ma il caldo lo aveva lasciato nell’aria asfissiante. Anna cominciò a correre furtiva verso il capannone. Non c’erano camion intorno. I miliziani non erano lì. Arrivò davanti, i portoni erano chiusi da due catene pesanti. Girò intorno. Sul retro un’asse era leggermente spostata. Cercò di forzarla schiodandola. Entrò dopo alcuni tentativi. Il capannone era buio. Accese la sua torcia. Davanti a lei c’era una donna coricata per terra. Tremava. Indossava una specie di tunica bianca, macchiata di sangue in vari punti. Anna rabbrividì. In un angolo, leggermente in penombra, due fratelli dal corpo gracile erano abbracciati, impauriti dalla ragazza. Alcuni uomini giacevano tra la paglia. Il loro corpo era ricoperto di lividi, ferite aperte, segni di percosse. Una voce maschile urlò il suo nome dall’altra parte del capannone. L’uomo era ricoperto di fango. Anna corse verso il padre. L’abbracciò. Staccatasi dalle sue braccia lo guardò meglio. Aveva i capelli corvini madidi di sudore, la barba ispida e le guance ruvide. I suoi occhi umidi, color pece, scintillavano d’affetto. “Che ci fai qui?” Le chiese lui perplesso. “Yusef mi ha detto tutto, non sai quanto io ti abbia cercato. Disse la ragazza che a stento tratteneva le lacrime. “ La mamma come sta?” “È a casa, non sa niente, è ignara che io sia qui!” Anna si dispiacque nel pronunciare questa frase. “Sei rimasta la solita testarda vedo”. D’improvviso un rumore di catene riecheggiò nel buio del capannone. “Presto nasconditi, stanno arrivando loro” Il padre prese la figlia per un braccio e la spinse dietro di lui. Entrano due miliziani. Erano gli unici rimasti, la polizia ne aveva arrestati già due, presto sarebbe stato il loro turno. Erano armati. Avevano i volti ricoperti da un velo anti sabbia bianco, lasciavano intravedere solo gli occhi vitrei ed inespressivi. Uno dei due estrasse la pistola. Prese un uomo impaurito e lo scaraventò a terra. Il poveretto cercò di divincolarsi invano. Anna assisteva alla scena illuminata da una luce fioca proveniente da una lampadina che i due miliziani avevano accesso al loro arrivo. Cominciarono a malmenarlo, sotto le urla di disperazione dei prigionieri. Anna si alzò. Si diresse verso i due e cercò di trattenere la mano del più mingherlino che teneva la frusta. L’altro colpì la ragazza con la pistola. Anna cadde per terra sanguinante. In quel momento i prigionieri cominciarono a lanciare le loro ciotole arrugginite piene d’acqua sporca contro i due soldati.  Il padre di Anna riuscì a sfilare la pistola ad uno dei due miliziani e la gettò tra la paglia. Anna si alzò, confusa, aveva male alla testa. Un ragazzo giovane raccolse la pistola e la puntò contro uno dei due sequestratori. Premette il grilletto. Una volta….due….tre…..quattro….cinque colpi uscirono dall’arma fumante. L’uomo cadde in una pozza di sangue e fango. Il ragazzo tremava. Fece cadere la pistola e cominciò a piangere, a urlare. Gli altri prigionieri si alzarono affaticati e impauriti, non mangiavano da giorni. Il soldato rimasto cadde in ginocchio sconfitto. Tremava. Sudava. Anna si avvicinò cauta. Calciò la pista che volò dall’altra parte del capannone. Abbassò il velo all’uomo. Era giovane. Vide la sua vita scorrere nelle pupille rimpicciolite dei suoi occhi cerulei. Anna si fece coraggio. Gli sputò in faccia. Era l’unica cosa che si sentiva di fare. “Kill him” disse una voce affaticata e sibilante tra la folla asfissiante. Per Anna nessuno meritava di morire. Doveva marcire in prigione. Avvelenarsi dai sensi di colpa fino al midollo. Pentirsi, senza chiedere scuse, che nessuno avrebbe accettato. Consumarsi psicologicamente dai rimorsi, ravvedersi. Le sirene della polizia risuonavano rassicuranti. Anna uscì abbracciata al padre da quell’inferno, mentre la luna piena illuminava la sabbia rendendola scintillante.

Un anno dopo Anna era rimasta a Tripoli. Aveva aperto una scuola di musica. Il padre era tornato a Milano dalla madre di Anna, con la quale non si era più sentita, se non il giorno successivo all’evasione. La vita doveva rinascere e ripulirsi di tutto l’ orrore e l’ odio visto e vissuto.

Maxim Alexandru Ionut ( 2 M)