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I riti di passaggio segnano le discontinuità fondamentali nella vita degli individui e vengono celebrati da cerimonie di vario tipo. L’espressione fu coniata dall’antropologo francese Van Gennep che definì tre fasi dei riti: separazione, transizione, aggregazione. La prima segna il distacco dallo stadio precedente, la seconda rappresenta un momento liminale durante il quale l’individuo si prepara a progredire allo stadio successivo, la terza coincide con l’integrazione nel nuovo stadio.

Nelle società post-moderne occidentali si è assistito ad un innegabile ridimensionamento dei riti in relazione al loro significato (collettivo ed individuale) e alle fasi che li costituiscono. In particolare, la seconda fase sembra essersi dilatata e percepita come il raggiungimento del mutamento individuale, causando la marginalizzazione dei giovani che, non comunicando con il mondo adulto, finiscono per creare un mondo a sé stante, con linguaggi, leggi e significati propri.  I motivi della permanenza in questa fase vanno ricercati nelle tradizionali agenzie educative, che sembrano aver perso il ruolo di guida che un tempo detenevano. Come osservano i sociologi Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet, le famiglie sono sempre più amicali e protettive, tale atteggiamento simbiotico rende più complicato il momento del distacco dall’ età adolescenziale a quella adulta; in altri casi tale allontanamento avviene violentemente, tagliando fili che non si erano ancora districati, portando con sé rabbia, rancore e la paura di essere adulti simili ai nostri genitori.  I genitori si presentano o come amici con i quali condividere la stessa paura del futuro (e dunque l’immobilità)  oppure diventano rappresentazioni dalle quali fuggire: in entrambi i casi è assente quel ruolo di guida e di sostentamento a cui teoricamente i genitori dovrebbero aderire. Nel recente passato il mondo giovanile era un antagonista di quello adulto, tuttavia si ricercava una comunicazione che potesse unire terreni così differenti; negli ultimi tempi invece, non solo manca il confronto tra le generazioni, ma non viene neppure ricercato.  Si aspetta il cambiamento, consci però che l’incertezza è l’unica certezza. Un altro parametro che svolge un ruolo fondamentale è il lavoro: sempre più rarefatto e spesso non raggiungibile o precario (nei casi fortunati è invece poco retribuito) “Se, fino a qualche decennio fa, iniziare a lavorare significava essere adulti, oggi l’accesso a tale dimensione è spesso spostato in avanti e non è mai pienamente acquisito”. Chi tra i giovani desidera intraprendere un lavoro altamente specializzato, deve far fronte all’ innalzamento degli anni di studio richiesti a livello formativo e che culminano in qualche caso nella disoccupazione; negli altri casi il lavoro è spesso una speranza labile, destinata a ripiegarsi su se stessa sino a scomparire. La disoccupazione determina un più alto tasso di dipendenza dai propri genitori (per coloro che se lo possono permettere), generando dinamiche psicologiche così complesse da apparire irrisolvibili: i figli rimangono ancorati al guscio dei propri genitori, che non riescono a motivarli perché anche loro insicuri del futuro e consapevoli della precarietà delle scelte. Dinnanzi alla paura per un avvenire incerto, l’approdo al nichilismo diventa non più una condizione marginale. Nietzsche fu il primo a indagare profondamente quell’ assenza di scopo e di senso all’ interno dell’esistenza, che culminò nell’ espressione “Dio è morto”.  Il tempo non è più intessuto della prospettiva positiva attribuita dai cristiani: il passato è ancora “male”, ma il presente non è più redenzione e il futuro non si prospetta come salvezza. I riti di passaggio perdono qui il loro ruolo sociale e individuale, non c’è cambiamento (se non economico e tecnologico) che possa far smuovere le coscienze; si rimane dunque “infangati” nella consueta abitudine, in un eterno presente che seppur venga percepito come asfissiante, non si ha il coraggio di superare. I momenti un tempo ritualizzati risultano non solo privati del loro valore simbolico, ma anche negati dalla prospettiva esistenziale stessa.  I riti se presenti, si fanno individualizzati e slegati perciò dal profondo significato sociale che li ha generati.   Anche i riti di passaggio istituiti dalla religione stanno vedendo affievolirsi la loro importanza: questa non viene più percepita dai ragazzi come sicurezza, forza, coesione, non ha più il fortissimo ruolo sociale che deteneva. Mancano i codici comportamentali condivisi come punti di riferimento nel processo formativo e che comportano un progressivo allontanamento dall’ istituzione ecclesiastica e dalla fede.                                    L’indebolimento del significato dei riti di passaggio non è altro che una conseguenza a un ben più radicato problema: l’incapacità di reagire di fronte all’ incertezza.  Se il futuro diventa non più salvezza, ma vuoto, i riti di passaggio perdono il loro significato originario e diventano, agli occhi dei ragazzi, strumenti  sterili imposti da un passato poco  chiaro. L’approdo a cui giunge questa riflessione non è però un nichilismo passivo ma attivo, che trova la sua espressione nel cammino, che è sempre stato istinto esplorativo e di distanziamento.  Camminare significa vivere “qui ed ora” ma con uno sguardo al prossimo passo, ad un futuro che, seppur incerto, vale la pena d’essere intrapreso.  Le lunghe peregrinazioni dei fedeli rappresentavano (e ancor oggi rappresentano) un momento di “morte e rinascita”, una conoscenza interiore di sé, del mondo passato, della natura circostante e del forte legame che ci unisce all’ universo. Noi, giovani nichilisti, abbiamo bisogno di trovare dentro noi le radici, per poterci confrontare con un mondo spaventoso ma che serba in sé, per natura, un cambiamento e, se apriremo il nostro cuore e il nostro sguardo potremo, forse, veder bruciare dentro noi una fenice, che rinascerà sempre dalle ceneri : questo sarà il nostro rito di passaggio.

Ginevra Gavazzi, Classe VUE

 

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