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Sin dall’antichità l’essere umano ha sviluppato il desiderio di evadere dalla realtà, aspirando all’irraggiungibile attraverso la creazione di una moltitudine di miti e leggende fantastici che, prima a voce e poi grazie alla scrittura, si sono diffusi, ampliati e arricchiti di particolari, raggiungendo sempre più persone e spesso arrivando fino a noi.

Protagonisti per eccellenza di tali storie sono gli eroi, che nel senso più stretto del termine sono personaggi inarrestabili e forti, spesso invincibili, che, se da un lato rappresentano ciò che l’uomo non sarà mai, dall’altro mantengono un legame con l’umanità e con alcuni valori tipici della società in cui sono nati.

Già nell’epoca classica troviamo moltissimi eroi che sintetizzano questa duplice valenza di “eroi umani”: Achille, apparentemente invincibile e inarrestabile nella sua furia guerriera, ha un punto vulnerabile che lo rende mortale; Ulisse, valoroso e scaltro, è umano nella sua curiosità sfrenata e nella sete di conoscenza; Enea, figlio di Venere, si vede schiacciato dal peso del suo incarico, la fondazione di Roma, che dovrà per forza portare a termine per volere del fato, un’impresa che ci permette di osservare le sue insicurezze e i suoi desideri.

Ogni eroe sembra quindi avere il proprio “tallone d’Achille”, qualcosa che lo avvicina alla nostra realtà e lo rende vulnerabile, permettendoci di provare empatia e di identificarci con lui. Esemplari nell’eroe sono il valore guerriero, l’arguzia, la fedeltà alla patria, incredibili le sue avventure, ma anch’egli ha degli affetti, una casa a cui tornare o da costruire: la fantasia e la realtà si uniscono nella sua figura.

Se usciamo dall’ambito letterario, ma comunque ricollegandoci ai valori e alle caratteristiche tipiche di quello mitologico, un’altra visione di eroe, questa volta più “terrena”, è quella del soldato che si batte per la patria, anche quando ciò significa morire.

Questa concezione mi sembra quanto mai antica, tipica, per esempio, del guerriero greco che nella battaglia di Maratona combatte contro i persiani in difesa della sua libertà e, seppur molto diffusa, risulta davvero poco corrispondente alla realtà.

Dalla storia impariamo tristemente come coloro che perdono la vita per la patria siano dimenticati, spesso catalogati tra le fila degli “sconfitti”; è inoltre raro che le vittime della guerra agiscano spinte dal patriottismo o da ideali di libertà: si tratta invece di persone comuni, che di certo non si sarebbero definite “eroiche” e che sono piuttosto morte per la sete di potere di altri.

Accade spesso che sia il leader, colui che rimane fuori dal sangue, a incarnare il volto dell’eroe che, tramite discorsi populisti, dà all’uomo una speranza, destinata però a rimanere tale. Queste figure si presentano in momenti di grave crisi sociale, economica o politica, in cui “nessuno, sapendo più quale sia il suo dovere, cerca disperatamente un capopolo (…) che gli ordini ciò che deve fare”.

È questa la scintilla che dà vita ai totalitarismi, in cui il dittatore, spingendo sull’insoddisfazione, sulla rabbia e su quella stessa aspirazione all’irraggiungibile che spinse i primi uomini a creare i miti, diventa l’eroe “senza macchia” in grado di far uscire il paese dalle tenebre in cui è precipitato.
Il sociologo Erich Fromm, in seguito ai grandi totalitarismi del ‘900, affermò come essi fossero il frutto di tendenze sadomasochiste tipiche delle classi medie, che da un lato desiderano imporsi sugli altri ed elevarsi a leader (tendenze sadiche), mentre dall’altro ricercano disperatamente una guida sicura, incarnata dal dittatore a cui si sottomettono (tendenze masochiste) e con cui si identificano, nella speranza di un progresso: ancora una volta emerge il desiderio dell’essere umano di evadere dalla realtà deludente in cui vive, ma questa speranza è solo un’illusione, come è illusoria la figura senza difetti del dittatore e del suo operato, frutto in realtà di una massiccia attività di controllo mediatico.

Ma nella società odierna, che, almeno teoricamente, dovrebbe essere lontano dai totalitarismi e dalle guerre, si può ancora parlare di eroi?

Come afferma Umberto Eco “per essere eroe non è necessario essere un soldato o un condottiero”: gli eroi moderni sono “semplici” persone, con i loro interessi e desideri, con pregi e difetti, che tanto si distanziano dall’idea di eroe invincibile quanto da quella dell’uomo egoista che pensa solo al suo bene.

“è eroe chi a rischio della propria vita salva il bambino che sta annegando, (…) o rinuncia a un tran-tran tranquillo in un ospedale in patria e va a rischiare la vita in Africa”, e molti altri ancora.

Sono di certo esseri umani, ma dotati di coraggio e altruismo, e per questo classificati come eroi. Non è corretto però parlare di eroismo, ma piuttosto di persone che si mettono al servizio degli altri, come tutti dovremmo fare. È una tendenza della nostra società quella di etichettare le persone in maniera estrema, evitando le posizioni centrali, per cui ci sono solo paladini o persone egoiste, cristallizzate nel loro ruolo.

Il concetto di eroe fa da sempre parte della mentalità umana; come gli immaginari eroi della letteratura presentano dei tratti umani, così ognuno di noi possiede in sé dell’eroismo, che deve solo trovare una via per esprimersi.
Gli eroi non esistono, ma è presente nell’uomo il desiderio di migliorare il mondo in cui vive, che gli fa sperare in una vita migliore: è ciò, più di tutto, che gli dà la forza di essere eroico e di combattere contro i propri limiti, superando la sua stessa umanità.

Martina Ostinelli, Classe IVUE