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Rivoluzionaria e libera, Hannah Arendt è riuscita a capovolgere, interamente, tutto il sistema di idee che aveva retto il giudizio dei crimini nazisti. Questo grazie alla più alta facoltà umana: saper pensare. La filosofia stessa è l’arte del pensiero. E possedere questa abilità significa poter essere davvero liberi. Così Hannah Arendt non è vincolata da alcuno schema o costrutto culturale, in quanto capace di pensare criticamente. Questa stessa facoltà ha attirato l’odio dei più verso la filosofa, ma è contemporaneamente la chiave di volta di tutto il suo ragionamento.

Come può essere il male banale? Se ha prodotto sofferenza infinita, miseria e distruzione? Sembra una contraddizione, eppure il male prodotto dalla Seconda guerra mondiale, nasce come banale, in quanto creato da uomini mediocri e comuni come Eichmann e altri funzionari dell’amministrazione nazista. Uomini semplicemente incapaci di pensare. Non stupidi, ma che si sentivano costretti ad una obbedienza forzata al sistema, che derivano passivamente e con inerzia alle regole, senza neppure condividerle, perché si sentivano impossibilitati ad essere liberi. Uomini che non erano altro che burattini, privi di qualsiasi autonomia, che si muovevano secondo i fili tessuti dal sistema, più grande di loro. L’incapacità al pensiero rende impossibile, per questi uomini, la definizione di istanze etiche sulla base delle quali orientare il proprio agire; bene e male, giustizia e ingiustizia non hanno più distinzioni e connotati. L’agire è quindi passivo rispetto ad una razionalità acritica e amorale, è mera obbedienza. Il male per questi uomini non è quindi lo scopo – il fine ultimo era rispondere all’esigenza di una pulizia etnica -; tuttavia esso diventa reale nelle conseguenze sulle vittime. Per esse diventa quindi terrificante pensare che la loro sofferenza sia causata semplicemente da una razionalità distorta, ma vogliono trovare un colpevole. Nel pensiero della Arendt si comprende come la colpa di questo male sia in realtà l’aderenza al sistema, che per paura e terrore è stata però propria anche delle stesse vittime, che non possono, però, accettare di essere trasformati nei loro stessi carnefici.

Per questo la tesi della “Banalità del male” opera una rivoluzione copernicana ed è così difficile da accettare, da destare scalpore ancora oggi. È infatti ancora nella nostra logica, la ricerca anche disperata di un carnefice e della punizione più esemplare, come se essa potesse risanare il dolore delle vittime.

Sofia Longoni, 5OA

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