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Maria Tatsos è una giornalista professionista, scrittrice e autrice di “Mai più schiavi”, un libro nel quale vengono analizzati i retroscena della schiavitù in Mauritania (paese dell’ Africa nord-occidentale) dove solamente negli ultimi anni sono sorti dei movimenti pacifici per la tutela dei diritti umani.

L’autrice del libro, per esaminare la situazione socio-politica in Mauritania, ha usato un metodo qualitativo basato prevalentemente sull’intervista e sulla ricerca storica, mentre non ha svolto la ricerca sul campo.

Tutt’oggi in Mauritania le norme giuridiche non sono in linea con quelle consuetudinarie; vi è infatti una netta contraddizione tra l’uguaglianza formale che è realmente riconosciuta dalla legge e l’uguaglianza sostanziale che, di fatto, non si è ancora attuata.

Basti pensare che, sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, per poi essere nuovamente criminalizzata nel 2015, un numero molto elevato di neri è ancora vittima di qualche forma di asservimento da parte della popolazione che costituisce l’élite dominante, ovvero gli arabo-berberi.

È bene precisare che in questo paese la stratificazione sociale è determinata principalmente dall’etnia di discendenza, infatti si possono riconoscere tre classi sociali prevalenti: innanzitutto i già citati arabo-berberi (che si trovano al vertice della gerarchia), in secondo piano gli Haratin (discendenti degli schiavi prevalentemente neri), e in terza istanza i cosiddetti neri liberi.

Gli Haratin si trovano ai margini della società e molti di loro sono considerati degli schiavi invisibili, in quanto sono privi di tutti i diritti fondamentali e non sono iscritti all’anagrafe sebbene costituiscano la maggioranza della popolazione.

Gli uomini appartenenti a questa classe sociale non possiedono documenti d’identità, non hanno diritto di parola, non vengono retribuiti, e sono completamente sfruttati dai loro padroni.

I figli di questi individui sono etichettati come schiavi prima ancora che nascano, non possono frequentare la scuola e sono avviati al lavoro forzato subito dopo il compimento dei cinque anni di età, rischiando di riscontrare gravi problemi di salute.

Ancora peggiore è il destino che spetta alle donne, che rappresentano l’anello debole della catena in quanto sono considerate come oggetti e vengono quindi violentate, anche in età giovanissima, allo scopo di procreare per fornire nuovi schiavi ai padroni.

Sono pochi gli individui a tentare la fuga poiché si trovano legati ai loro padroni da catene economiche ed psicologiche.

Dal punto di vista economico gli schiavi sono perfettamente consapevoli che i loro padroni sono i soli che possono garantire loro la sopravvivenza ed un modesto soddisfacimento dei bisogni primari.

Dal punto di vista psicologico gli schiavi sono educati ad ubbidire a dei precetti sacri che vengono inculcati nelle loro menti fin dalla tenera età, per esempio viene detto loro che i servi obbedienti sono destinati al paradiso mentre gli schiavi disobbedienti andranno all’ inferno. Tuttavia, questi presunti principi religiosi non sono realmente riconosciuti nel Corano, per cui vengono resi una credenza comune al solo scopo di rendere gli schiavi dipendenti e sottomessi ai loro padroni.

Per sovvertire questa drammatica situazione, entra in gioco la figura di Biram Dah Abeid, un discendente di una famiglia di schiavi “haratin”, nato libero poiché suo padre è stato liberato dal padrone di sua nonna.

Biram dopo essere divenuto sensibile all’ingiustizia sociale presente in Mauritania, ha lavorato come cancelliere nel Tribunale del suo paese, e nel 2008 fonda “l’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA)”. Questo movimento politico lotta con metodi non violenti per realizzare una società senza schiavi, nella quale ogni persona goda del riconoscimento dei diritti umani. Nell’arco delle sue manifestazioni subisce di frequente, insieme ai suoi compagni, la violenza della polizia che cerca di sedare ogni tipo di protesta e, per questo motivo, viene più volte imprigionato.

Nel 2012 Biram organizza il “rogo dei libri sacri”, con cui brucia alcuni testi giuridici islamici che appoggiano la schiavitù, di fronte ad una folla di schiavi, per dimostrare che l’interpretazione del Corano fornita dai padroni è errata e non giustifica la schiavitù.

Biram riesce a fare conoscere la condizione del suo Paese all’estero e ad attirare l’attenzione a livello internazionale, tant’è che nel 2013 vince il premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’anno successivo viene candidato al Nobel per la pace.

L’11 Novembre 2014 è stato arrestato dalla polizia governativa insieme ad altri attivisti del gruppo, senza un’accusa specifica.

Nel medesimo anno si candida all’opposizione alle elezioni presidenziali in Mauritania dove perde abbondantemente contro il rivale politico Mohamed Ould Abdel Aziz. Il primo Settembre 2018 Biram viene eletto deputato nell’Assemblea nazionale della Mauritania, mentre nel 2019 si ricandida alla presidenza.

Biram con il suo attivismo politico e con i suoi ideali rappresenta la volontà di cambiare il sistema vigente in uno Stato, a partire dall’interno, usufruendo prevalentemente di metodi pacifici e agendo nel rispetto delle regole.

Con le sue azioni egli è la prova vivente di come anche in un Paese come la Mauritania, storicamente tradizionalista e conservatore, stiano prendendo piede delle istanze di modernità.

Biram si sta comportando come fecero in passato dei grandi pacifisti come Ghandi, Nelson Mandela e Martin Luther King. Egli sta dedicando la sua intera esistenza ad una missione umanitaria così da realizzare un cambiamento orientato verso la pace e la giustizia.

Ciò che colpisce maggiormente di questa vicenda è il ruolo dai governanti e dagli studiosi di diritto islamico, i quali per la maggior parte sono fortemente convinti che la schiavitù sia legittima e che rispecchi la volontà di Allah. Secondo Biram il motivo di questa loro posizione intransigente è da ricercare nel fatto che in Mauritania possedere uno schiavo assicura uno status sociale di prestigio. Per cui accettare l’ emancipazione degli schiavi significherebbe rinunciare al loro dominio economico e a buona parte dei privilegi.

La soluzione a questa continuo scontro tra schiavisti e anti-schiavisti non dipende solamente dagli abitanti della Mauritania e dal movimento sociale guidato da Biram, ma dipende da tutti gli individui, specialmente dagli abitanti dei paesi esteri, i quali devono collaborare per sostenere la causa contro la schiavitù e devono mantenere la consapevolezza di essere cittadini cosmopoliti.

Infatti anche in Europa sono presenti, tutt’oggi, anche se meno rispetto al passato, delle forme di schiavitù, come per esempio il caso di coloro che lavorano come degli schiavi nelle piantagioni italiane di pomodori. Questi individui, prevalentemente immigrati provenienti dall’Africa, vivono in condizioni di povertà in quanto sottopagati e privi dei beni necessari per condurre una vita dignitosa.

Questo esempio basta per dimostrare che certe problematiche sociali presenti in un luogo spesso minacciano la giustizia ovunque. E’ quindi compito dell’ Unione Europea e delle altre organizzazioni internazionali appoggiare la causa di Biram Dah Abeid e fare in modo che il più presto possibile in Mauritania siano riconosciuti, in modo pacifico, i valori di pace, uguaglianza, giustizia sociale che sono stati conquistati duramente anche in Europa, dopo secoli di lotte politiche e sociali, ma che oggi costituiscono i principi fondanti che garantiscono la solidarietà tra popoli.

Bordoli, Classe VOA

 

 

 

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