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Banalità e male sembrano già di per sé, per definizione, parole antitetiche, che creano un ossimoro. Siamo abituati a pensare al male come qualcosa di davvero profondo, radicato, portato all’estremo, senza eccezioni. Quando pensiamo al male, non lo immaginiamo come qualcosa che può essere sia bianco che nero, o addirittura grigio, il male nel nostro senso comune non è altro che nero pece. E siamo anche abituati a giudicarlo con estrema durezza, all’interno dei tribunali, ad esempio, ma anche nelle nostre singole coscienze. Spesso basta una parvenza di sospetto per farci diventare giudici intransigenti e senza pietà.

La riflessione compiuta dalla filosofa tedesca di origini ebraiche Hannah Arendt, che definisce il male come “banale”, è quindi estremamente complessa, perché relativa ad una precisa realtà storica e concreta, quella del genocidio della popolazione ebraica, compiuta dal partito nazionalsocialista in Germania dal 1933 al 1945, che poi si diffuse anche in molti altri paesi d’Europa, come una terribile epidemia di sospetto, terrore e malvagità. Il difficile compito di Arendt fu reso ancora più temibile dal fatto che la popolazione mondiale, e soprattutto ebraica, era ancora terribilmente scossa da quegli eventi, tant’è che da allora niente in Europa sembrava più come prima. Arendt trattò temi estremamente controversi e rischiosi con la razionalità integra di una vera filosofa, offrendo la sua versione della verità, nonostante fosse continuamente contestata.

Il suo compito era quello di redigere per la testata giornalistica del “New York Times” una sorta di inchiesta- resoconto del processo che stava avvenendo in quegli anni, nel 1961, a Gerusalemme, a carico del funzionario nazista Adolf Eichmann, uno dei collaboratori di Hitler. Egli si era infatti rifugiato in Argentina; le autorità israeliane, senza mai per la verità realmente arrestarlo, lo condussero a Gerusalemme, dove il popolo vittima di quel crimine contro l’umanità era al contempo e vittima e giudice. Arendt auspicava, per questo motivo, un giudizio presso un tribunale internazionale, che però ancora non esisteva, o quanto meno presso uno tedesco, rifacendosi alla nazionalità del carnefice; altri pensavano invece fosse un atto dovuto al popolo ebraico, eseguire tale processo in Israele.

Quello che da subito, durante gli interrogatori a cui Eichmann fu sottoposto, colpì la filosofa, fu il fatto che egli era tutt’altro che malvagio, era semplicemente un uomo che aveva obbedito ciecamente a degli ordini (il suo compito era quello di direzionare i camion e i treni verso i vari campi di concentramento). Non esisteva in lui alcuna radicazione profonda del male, non era, come qualcuno aveva pensato “un’incarnazione di Satana”: egli era consapevole ma si dichiarava totalmente innocente rispetto alle conseguenze terribili delle sue decisioni. Eichmann disse, durante una sua testimonianza: “Ho eseguito tutto in via amministrativa, io ho solo eseguito degli ordini”.

Questo aspetto sottolinea l’importanza dell’amministrazione pubblica e della burocrazia negli Stati totalitari: anche secondo il sociologo Bauman lo sterminio praticato dai nazisti è stato eseguito con straordinaria razionalità e meticolosa efficienza, come se l’apparato statale non fosse altro che una fabbrica, dove l’agire tecnologico e burocratico si mescolano in un veleno diabolico di distruzione senza precedenti.

Ed è proprio da questo concetto che si comprende la totale banalità e nullità di chi compie un male del genere, ed è proprio questo il punto su cui si focalizza l’analisi della Arendt. La filosofa sostiene, negli articoli di giornale da lei scritti per il “New Yorker”, divenuti poi un libro dal titolo “La banalità del male”, che gli uomini che compirono tali atrocità, facenti parte dell’élite al comando del partito unico, non fossero altro che uomini normali, banali appunto, figli del loro tempo, spesso con biografie, come nel caso di Eichmann, noiose, (e forse proprio per questo facilmente condizionabili dall’ideologia forte del nazismo). Arendt caratterizza Eichmann come uomo “terribilmente uguale agli altri”, proprio per sottolineare tale paradosso; lo designa come un uomo totalmente incapace di pensare, ma non come un uomo “stupido”, bensì come uomo intelligente, ma incapace di giudizio morale: ne sottolinea così, la “scioccante mediocrità”. Ella parla, infine, di “dissociazione” in quanto il gerarca avrebbe più o meno deliberatamente dissociato sé stesso dal male che compiva, alienandosi e rinunciando alla propria capacità di pensare e alla facoltà di distinguere il bene dal male. Egli rappresenta la società moderna di massa che atomizza l’individuo e zittisce il senso di responsabilità personale.

Un altro aspetto che emerge dall’analisi di Hannah Arendt è la difficoltà da parte del popolo israeliano di accettare lo scandalo del collaborazionismo ebraico, che venne allo scoperto grazie al processo; fino ad allora gli israeliti si erano considerati vittime di un’ingiustizia atroce e consideravano i nazisti i soli carnefici. Con questa scoperta molti punti saldi all’interno delle ricostruzioni storiche fatte fino ad allora sulla Shoah crollarono inesorabilmente, lasciando il popolo ebraico con una ferita ancora maggiore con cui fare i conti, cioè la consapevolezza che alcuni ebrei avevano tradito i propri fratelli. Quello che Arendt voleva sottolineare con questa tesi è che il male, essendo banale, può in certi disastrosi contesti storico-politici contagiare tutti, uomini normali, senza più punti di riferimento, a compiere atti mostruosi. Proprio date le sue origini ebraiche, fu accusata più volte e anche da persone a lei molto care, di aver tradito la sua appartenenza religiosa e culturale e il suo stesso popolo. Molti non la capirono, data la forza rivoluzionaria del suo pensiero, accusandola di essere cinica e insensibile alle sofferenze di tante persone che erano morte ma, da filosofa che era, si curò della verità e continuò fino a che visse a occuparsi della genesi del male, ma non per questo giustificò mai l’operato del partito nazista, anzi, lo condannò sempre aspramente.

Il problema morale che in conclusione si pone davanti a noi è complesso e tuttora irrisolto. Molti dei gerarchi processati dichiararono di aver compiuto tali azioni disumane nel rispetto di ordini superiori e in nome della “ragion di Stato”. Ma se è lo Stato stesso a compiere e a legalizzare atti criminali, come è possibile distinguere chiaramente il bene dal male? Vedere il crimine se circondati da crimini? Hannah Arendt è l’unica che ha osato interrogarsi su domande così spaventose, in modo così coraggioso.

Carla Livio, classe 5OA

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