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Cultura e tecnologia dalla Rivoluzione industriale alla digitalizzazione: incontro con Mauro Magatti, professore in Sociologia della Globalizzazione presso la Università Cattolica del Sacro Cuore e membro del Consiglio di amministrazione dell’istituto Luigi Sturzo.

L’avanzamento storico e il progresso umano hanno come diretta conseguenza il miglioramento delle condizioni di vita e lo sviluppo di nuove tecnologie. La Storia influenza la scienza e la tecnica, perché più l’uomo progredisce, migliori saranno gli strumenti necessari a rendere la sua vita più facile. Ma qual è l’impatto della scienza e della tecnica sulla cultura? Il nostro modo di apprendere e percepire il mondo è cambiato rispetto a duecento anni fa? La Rivoluzione industriale ha cambiato anche le nostre menti, oltre alla società in cui viviamo? A queste domande ha risposto il professor Magatti, sociologo comprendente e commentatore del Corriere della Sera, autore del saggio Oltre l’infinito. Storia della potenza dal sacro alla tecnica, pubblicato nel 2019.

L’analisi del professor Magatti parte dal presupposto secondo cui la capacità tecnica è insita nell’essere umano. L’uomo, sin dagli albori della sia storia, ha continuato a migliorarsi e a produrre strumenti utili a incrementare le sua capacità di raggiungere i propri obiettivi. All’inizio queste innovazioni tecniche erano la lancia, il fuoco e la sedentarietà; andando avanti con il tempo ha creato opere tecniche di rilevanza imponente (infrastrutture, satelliti, macchine da guerra) oppure semplici oggetti di uso quotidiano che però hanno sempre evidenziato la presenza di un incessante processo di innovazione (elettrodomestici, automobili, Internet). La nostra capacità di innovazione e adattamento ci ha permesso di cambiare non solo il mondo intorno a noi ma anche la nostra stessa vita, influendo persino sulla biologia umana: nel dopoguerra l’aspettativa di vita in Europa era di circa sessant’anni; oggi, in Italia, le donne hanno un’aspettativa di vita di circa 81 anni e gli uomini di 79. Nei Paesi del Terzo Mondo, al contrario, l’innovazione tecnica e il progresso scientifico che hanno investito l’Occidente fin dall’Ottocento non hanno avuto la stessa diffusione. Il risultato è un’aspettativa di vita inferiore ai cinquant’anni, persino più bassa di quella del dopoguerra europeo.

Ma per arrivare alle condizioni in cui ci troviamo oggi, il periodo storico da prendere in considerazione è la Rivoluzione industriale del XIX secolo. Nel 1800 la società occidentale ha subito una grandissima trasformazione, scaturita principalmente da una rivoluzione tecnica della produzione. In questo senso la Rivoluzione industriale rappresenta un salto di qualità: viene introdotto dagli storici un concetto, ripreso anche dal sociologo Magatti, quello di sistema tecnico. Fino all’Ottocento la tecnica e la scienza si erano sviluppate in diversi ambiti, ma non si era mai avuta la necessità di creare un sistema organico in cui concentrare tutti gli stadi della produzione. Il sistema produttivo utilizzato era quello del putting out system, che consisteva in un’organizzazione diffusa della produzione, in cui i contadini e gli artigiani lavoravano presso le loro abitazioni, spesso finanziati dal capitale del proprietario. Con la Rivoluzione industriale nasce il sistema tecnico della fabbrica: un luogo dove vengono concentrati tutti quei mezzi di produzione che rendono possibile il potenziamento della nostra capacità di azione, un’organizzazione centralizzata della produzione e di molte di persone che si occupano del processo produttivo, dal trattamento della materia prima alla rifinitura del prodotto finito. I contadini-artigiani diventano così operai di fabbrica e convergono tutti nello stesso luogo per svolgere le funzioni a loro conferite.

Con il sistema capitalistico di produzione centralizzata nascono dei conflitti tra gli operai, che si consideravano i detentori della capacità tecnica di produrre il bene, e i proprietari che si assumono il compito di organizzare il lavoro degli operai. Il processo di produzione viene organizzato (rispettando le direttive del capitalista) dagli ingegneri, secondo criteri tecno-economici. Con l’avvento del taylorismo si comincia a parlare di organizzazione scientifica del lavoro e il conflitto per l’attribuzione delle capacità gestionali termina (anche se la lotta tra i lavoratori e i detentori del capitale rimarrà irrisolta, come evidenziano le teorie di Marx del 1900). Frederick Winslow Taylor analizzò il problema dell’efficienza della produzione in relazione alle caratteristiche delle persone che se ne occupano. La riflessione lo portò a concludere che fosse necessario un addestramento della forza lavoro che portasse ad una specializzazione. Grazie a questa conclusione l’imprenditore statunitense teorizzò anche la divisione del lavoro, creando un sistema di catena di montaggio che eliminava gli sprechi e i tempi morti. Si trattò del primo esempio di razionalizzazione della produzione su scala molto ampia.

Il processo di razionalizzazione introdotto dalla Rivoluzione industriale non fu applicato solo al settore industriale. La necessità di rendere quel mondo nuovo e moderno più comprensibile rese necessaria una razionalizzazione della società stessa, tramite la burocrazia e l’urbanistica. Max Weber, sociologo tedesco, analizza il concetto di agire sociale, individuando l’agire razionale secondo uno scopo come tipologia di azione sociale più comune nella società moderna occidentale. Secondo il sociologo l’uomo metterebbe in atto delle azioni razionali rispetto al fine da raggiungere, anch’esso razionalmente scelto. La naturale evoluzione di questa tipologia di agire nella vita dello Stato è la creazione della burocrazia, ispirata a criteri di efficienza, impersonalità e precisione. Così lo Stato moderno si dota di un sistema razionale ed efficiente, in grado di rispondere ai bisogni di tutti i cittadini.

Per quanto riguarda l’assetto urbanistico della metropoli moderna, il professor Magatti ha fatto riferimento all’architetto svizzero Le Corbusier, naturalizzato francese. Tra l’Ottocento e oggi la logica di razionalizzazione della produzione supera i confini della fabbrica e tende a diventare una logica con cui organizzare la società. Lo spostamento del centro di produzione dalle campagne alla città provoca un processo di urbanizzazione: gli operai si spostano verso il sistema tecnico di cui fanno parte e trasferiscono la loro famiglia verso di esso. In questo modo attorno alla fabbrica nascono dei veri e propri villaggi. Le Corbusier trasferisce il concetto di organizzazione efficiente dalla produzione all’urbanistica della città. La metropoli moderna comincia ad essere costituita da grandi palazzi divisi in unità abitative, una per ogni famiglia di operai, tutte costruite secondo i termini razionali della fabbrica, ovvero spazi ridotti al minimo ma funzionali. L’assetto stesso dei servizi della città cambia: la priorità diventa come rendere efficienti il traffico, il sistema delle fognature, la metropolitana. La tecnica, in quest’ottica, diventa un sistema che funziona razionalmente, non solo una moltitudine di apparecchi. Effettivamente la nostra visione del mondo moderno si basa sulla convinzione che tutto funzioni come deve funzionare perché è necessario al modo in cui viviamo. Diamo per scontato che la tecnologia esista e serva a migliorare la nostra vita, e questa convinzione ha avuto, però, anche delle conseguenze catastrofiche sul mondo in cui viviamo.

Il termine antropocene coniato circa 15 anni fa indica una nuova fase geologica, che comprende un periodo di tempo dalla Rivoluzione industriale ad oggi, in cui si sono registrati cambiamenti sempre più rilevanti nell’ambiente e nell’ecosistema a causa dell’attività umana. In 25 anni la popolazione mondiale è aumentata di 1 miliardo di individui, con conseguenze ad alto impatto sulla situazione ecologica della Terra. Le risorse necessarie a tenere in vita 8 miliardi di esseri umani sono sempre di più e il loro sfruttamento ha già cominciato a concorrere alla distruzione del pianeta che manifesta i primi segni di cedimento. Ma la logica tecnica è difficile da contraddire perché il funzionamento del sistema è un’esigenza imprescindibile, per la quale non c’è “niente di male” a sfruttare il pianeta se questo serve a mantenerci in vita secondo gli standard a cui siamo abituati. Siamo quindi destinati a rimanere assoggettati alla logica tecnica o possiamo combatterla e salvare l’unico pianeta che abbiamo? Ad oggi, purtroppo, la risposta pare non essere ancora stata trovata.

La storia della capacità tecnica dell’uomo inizia con la sua nascita, raggiunge un primo picco con la Rivoluzione industriale e poi sperimenta un secondo grande momento di espansione: la digitalizzazione. La digitalizzazione è quel processo attraverso cui l’uomo ha trasformato la realtà in una sua rappresentazione tradotta in serie numerica binaria. Lo sviluppo dei mass media era già notevolmente incrementato a partire dal Novecento con l’aumento delle pubblicazioni dei giornali, l’invenzione della radio e quella successiva della televisione. Comincia a verificarsi un processo che riguarda la capacità di produrre e far circolare immagini, idee e informazioni, la creazione di una rete di connessioni che non hanno ancora a che fare con la Rete vera a propria ma che ne costituiscono le basi. La caratteristica di tutti questi media è la loro capacità di rappresentare la realtà. Lo studioso inglese McLuhan diceva che “Il medium è il messaggio”, riferendosi al fatto che in questo processo la parte più importante, rispetto ai contenuti, è lo strumento di comunicazione perché ha un ruolo nel cambiamento della percezione della realtà e nella mente delle persone. Si viene a creare un processo di coordinamento tra logos e téchne, tra ragione e tecnica, che ordinano il caos della realtà in una sua rappresentazione digitale.

Con l’avvento della digitalizzazione (da digit, in inglese “cifra”) le informazioni diventano molto più facili da far circolare e al tempo stesso da manipolare. Con un linguaggio comune, un codice unico, per codificare e decodificare i contenuti, tutto è estremamente controllabile e poco concreto. La digitalizzazione non si è sviluppata solo in quanto ha reso possibile la nascita di Internet e dei new media, bensì ha rivoluzionato anche altri campi, come per esempio la finanza, la biologia e l’economia dei consumi fino ad arrivare alla politica.

Il denaro, per esempio, è anche uno strumento tecnico perché ha reso più facile la tecnologia dello scambio. Dal denaro è nata la finanza, un’ulteriore tecnologia di scambio che impegna il tempo futuro con un alta componente di rischio. La tecnica ha sviluppato dei sofisticati strumenti per il calcolo del rischio che hanno ulteriormente aumentato l’importanza della finanza. Oggi i movimenti di capitale dovuti allo scambio di merci sono solo una piccolissima parte dei movimenti totali di denaro nel mondo, perché la maggior parte delle relazioni nel mercato fanno parte della finanza e non hanno nessun riscontro nell’economia reale. Una conseguenza di ciò è l’aumento del PIL mondiale che in 20 anni ha raddoppiato il suo valore.

Un altro campo di applicazione delle innovazioni tecnologiche è la biologia, in particolare l’eugenetica. La capacità dell’uomo di intervenire nella biologia è strettamente legata alla capacità di manipolare la realtà propria della digitalizzazione. Il professor Magatti ha spiegato il pensiero di Kurzweil, inventore, informatico e saggista statunitense, membro del comitato di controllo del Singularity Institute for Artificial Intelligence. Secondo Kurzweil la digitalizzazione e la biologia, insieme, tracciano un percorso di evoluzione accelerato destinato a rendere l’uomo immortale. Attraverso le nuove scienze biologiche siamo in grado di interrompere l’invecchiamento e la trasformazione dell’organismo, di intervenire sulle strutture basilari della vita. Negli ultimi decenni gli scienziati hanno trovato modi nuovi per riprodurre il materiale genetico di un individuo, fino alla clonazione, per intervenire nel processo di riproduzione con la fecondazione artificiale o in vitro. Il mondo eugenetico diventerà, secondo le prospettive di Magatti e Kurzweil, un nuovo mercato la cui merce principale sarà la vita. Ovviamente i processi che intervengono in questo campo sono oggetto di critiche per quello che riguarda la loro moralità e legittimità, ma dal punto di vista scientifico l’immortalità non è mai sembrata così vicina.

La digitalizzazione della società moderna ha creato una seconda realtà, costruita come rappresentazione della prima, quella reale, che funziona (o dovrebbe funzionare) secondo le stesse norme sociali volte al mantenimento dell’ordine. Su Internet i cittadini digitali sono tenuti a identificarsi tramite la creazione di identità digitali per la cui creazione sono necessari i dati sensibili di una persona. La conseguenza è che tutto quello che un individuo fa su Internet è registrato e accessibile a un determinato numero di realtà che non sempre sono chiaramente identificabili. Non a caso uno dei più recenti interventi normativi dell’Unione europea è stata la nuova normativa sulla privacy, proprio perché la sicurezza degli internauti e dei loro dati non deve essere messa a rischio ed è necessaria un’Autorità garante che si faccia carico di questo compito. Nonostante l’impegno dell’UE però, Internet rimane una realtà virtuale in cui ogni clic corrisponde ad un’informazione codificata lanciata verso un server di immagazzinaggio dati che può contenerne numeri impressionanti. Il mercato dei beni reali oggi si basa soprattutto sulle tendenze espresse dai consumatori inconsapevolmente, attraverso ricerche di marketing che si occupano di analizzare i comportamenti degli utenti di Internet. Il risultato è una compravendita di big data relativi agli internauti volta alla costruzione di un sistema produttivo “su misura” per i consumatori. Detta così sembrerebbe quasi che ognuno di noi possa avere la fortuna di trovare un settore di mercato (o una realtà politica) costruita esattamente per sé; in realtà due delle conseguenze della razionalizzazione dei consumi sono l’individualizzazione e la massificazione della società moderna. Ciò significa che paradossalmente la libertà di autodeterminazione che la società occidentale garantisce ai suoi cittadini spesso si traduce in una tendenza all’omologazione dei comportamenti (non solo dei consumi) che è sostenuta anche dall’influenza dei mass media. L’ordine sociale è così ottenuto sfruttando i desideri, i bisogni dei consumatori, da parte di chi è in grado di orientarli, e spesso si tratta degli stessi detentori del potere economico e politico.

Il problema che sorge con la digitalizzazione è strettamente legato alla massificazione della società e, come abbiamo visto, interessa l’autodeterminazione dell’individuo. La digitalizzazione avrebbe lo stesso potenziale di cambiamento dell’industrializzazione, ma le conseguenze di uno sviluppo incontrollato delle nuove tecnologie digitali avrebbero lo stesso effetto dello smodato uso di risorse che ha caratterizzato l’industrializzazione nei primi tempi e che continua anche oggi, sebbene si sia sviluppata una coscienza ambientalista in una parte della popolazione. La tecnologia di per sé non è né buona né cattiva, ma di fatto ci dà la possibilità di intervenire sulla realtà in modo profondo, aprendo questioni sulla libertà, sui legami sociali.

La relazione tra l’individuo e la società è stretta – l’uomo è sempre stato un essere sociale – con l’avvento del digitale questa relazione non è scomparsa, è solo cambiata. Per alcuni la digitalizzazione può essere un vantaggio, per altri significa l’esclusione sociale. Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito il sistema, oggi comincia la vera azione. Il sistema tecnico moltiplica i mezzi ma il problema principale è la difficoltà con cui la società di oggi prova a darsi degli obiettivi. Potenzialmente oggi avremmo la possibilità di cambiare davvero la vita dell’uomo grazie alle innovazioni tecniche, grazie all’ultimo traguardo dell’umanità, l’Internet of things, una possibile evoluzione dell’uso della Rete: gli oggetti (le “cose”) si rendono riconoscibili e acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter comunicare dati su se stessi e accedere ad informazioni aggregate da parte di altri; questi oggetti connessi che sono alla base dell’Internet delle cose si definiscono più propriamente smart objects (oggetti intelligenti) e si contraddistinguono per alcune proprietà o funzionalità come identificazione, connessione, localizzazione, capacità di elaborare dati e capacità di interagire con l’ambiente esterno. Purtroppo spesso questi strumenti vengono usati nel modo sbagliato, oppure usano erroneamente il loro potenziale. La politica è in crisi perché si pone al servizio della tecnica, talvolta. La religione stessa subisce un mutamento perché la tecnica ha preso il posto di Dio. La mancanza di fini individuali porta ad una mancanza di azione sociale. Non è forse vero che gli obiettivi sociali sono negoziazioni collettive? Allora per raggiungerli è necessario condividerli e camminare insieme.

Sara Gaffuri, Classe 5^OA