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Maria Tatsos, attraverso il suo libro “Mai più schiavi”, racconta la storia di Biram Dah Abeid, la sua lotta pacifica per i diritti umani, e più in generale, affronta il tema della schiavitù in Mauritania.

In passato la schiavitù ha coinvolto un numero ingente di persone; ne sono esempi la tratta atlantica, la quale ha interessato circa 15 milioni di persone, che venivano rapite dall’Africa e portate in America; la tratta gestita dagli arabi, che vedeva coinvolti 17 milioni di uomini, provenienti dall’Africa e portati a forza in Asia; infine, la tratta gestita dai bianchi, che ha interessato circa 250 mila persone. È importante sottolineare che gli uomini schiavizzati non erano esclusivamente uomini neri, provenienti dall’Africa, ma erano anche questi ultimi, in particolar modo i pirati algerini, a schiavizzare gli uomini bianchi delle coste limitrofe, quindi chi risiedeva lungo le coste mediterranee, ma perfino alcuni abitanti dell’Islanda.

Al giorno d’oggi, questi fenomeni sembrerebbero ormai un lontano ricordo, ma non è esattamente così, al contrario, tuttora 45 milioni di persone sono ancora considerate schiave. Sono compresi in questi numeri addetti ai lavori forzati, spose bambine, bambini soldato e prostitute. Ne sono esempio gli addetti alle piantagioni di cotone in Uzbekistan, schiavizzati dallo Stato stesso, o i dissidenti politici, costretti ai lavori forzati nei lager in Corea del nord. Non guardando molto lontano, la schiavitù è individuabile perfino nel nostro paese che, nonostante sia garante di diritti civili e politici, nasconde al suo interno il fenomeno del caporalato, il quale coinvolge principalmente migranti, costretti a lavorare per 14 ore al giorno, sotto il sole cocente, nei campi di pomodori di regioni come la Calabria, per un misero stipendio.

Come ha sottolineato più volte l’autrice, le condizioni narrate nel suo libro, riguardo alla schiavitù in Mauritania, sembrerebbero relative al passato, all’antichità, ma non fanno parte della cronaca dell’Ottocento o del Medioevo, è realtà quotidiana.

La schiavitù è stata ufficialmente abolita dallo Stato nel 1981, pertanto formalmente non esiste. Tuttavia, concretamente, un numero esorbitante di persone non sono ancora considerate uomini o donne libere.

In Mauritania, le donne lavorano quindici o venti ore al giorno e spesso sono anche vittime di violenze da parte dei loro padroni e, in certi casi, perfino dai loro parenti. I loro bambini vengono etichettati come schiavi prima ancora di mettere piede al mondo, vengono educati e avviati al lavoro sin dall’infanzia. Questi bambini, diventati uomini, ricevono, in cambio della loro attività lavorativa, un salario che consente loro a stenti di raggiungere la soglia della sussistenza. Non si diventa schiavi, ma lo si nasce, come se il proprio destino fosse ineluttabile, indipendente dalla propria volontà. Se una donna è vittima della schiavitù, di conseguenza sarà lo stesso per i suoi figli.

Il numero totale di schiavi è difficilmente quantificabile, proprio perché il fenomeno è in sé “invisibile”. Secondo gli studi condotti dal Global Slavery index le persone coinvolte si aggirano intorno alle quaranta/cinquanta mila, cifra enorme, se si pensa che gli abitanti totali della Mauritania superano a mala pena i quattro milioni.

La popolazione della Mauritania è gerarchicamente e strutturalmente organizzata. Maria Tatsos, a questo proposito, parla di un “mosaico culturale”, infatti, in esso si possono distinguere tre principali ceti sociali. Gli arabo-berberi, i quali costituiscono circa il 20% della popolazione, che si definiscono bidan, quindi bianchi, sono i padroni, l’élite dominante. Gli haratin, quindi neri discendenti di ex schiavi, la maggioranza di questi ultimi lavora sotto le dipendenze degli arabo-berberi, come schiavi; secondo le stime più recenti rappresentano fino al 50% della popolazione. Infine, i restanti sono i neri liberi, i quali appartengono ad etnie come woolf, soninkee, bambara e fulani; questi sono nati liberi e non sono coinvolti nel fenomeno della schiavitù.

Dal punto di vista antropologico si potrebbe analizzare la schiavitù come un uso, un costume o una pratica culturale, per questo né giusta né sbagliata. Dal punto di vista sociologico, invece, ciò che risulta interessante è la reazione della popolazione in conseguenza a questo fenomeno. A questo proposito spicca la figura di Biram a capo di un movimento sociale, politico che vuole cambiare la struttura sociale, la stratificazione sociale tradizionale.

Biram Dah Abeid è colui che ha mobilitato l’opinione pubblica, che ha fatto da portavoce agli schiavi della Mauritania, denunciandone la disumana condizione. Egli, con l’obiettivo di sovvertire la situazione ora in atto, ha dato vita al movimento pacifico IRA Mauritanie: un movimento sociale e politico che vuole cambiare la struttura sociale e la stratificazione sociale tradizionale. Grazie alla sua figura, oggi, molti uomini e donne haratin hanno il coraggio di spezzare le catene economiche e psicologiche che li tengono legati alla loro condizione di schiavi.

L’impegno di Biram, nero e nipote di una schiava, ma nato libero, può essere considerato duplice: da una parte etico, in quanto la sua è una lotta in difesa dei diritti umani, ma allo stesso tempo politico, in quanto lotta contro una politica e una legislazione ingiusta, non solo all’interno del suo Paese. Mobilitandosi oltre la frontiera persegue l’obiettivo di risvegliare le coscienze di più uomini possibili e di mettere finalmente fine al fenomeno della “schiavitù invisibile”.

La principale difficoltà incontrata e che tutt’ora ostacola la battaglia di Biram è la contraddizione tra ciò che afferma la legge e ciò che succede nella realtà, le norme giuridiche e di costume sono tra loro in contrasto.

Nel 1981, fu emanata una legge che proibisce la schiavitù; nel 2003 una legge contro il traffico di esseri umani; nel 2007 una legge che criminalizza la schiavitù; nel 2015 una legge che rende la schiavitù un crimine contro l’umanità. Dal punto di vista legislativo, quindi, non si può che definire la Mauritania un Paese libero e garante di diritti, che ostacola in ogni modo lo sfruttamento umano. La realtà concreta dei fatti è ben diversa e contrasta con la legislazione.

Ciò che lega gli schiavi alla loro condizione e impedisce loro di scappare sono catene economiche e psicologiche. Per quanto riguarda i motivi strettamente economici, gli schiavi, non ricevendo un salario abbastanza alto e non essendo istruiti, non potrebbero che trovare lavori sottopagati e logoranti. Non potrebbero fuggire lontano perché non hanno la disponibilità economica, non ricevendo alcun salario. Per quanto riguarda, invece, la componente psicologica, la religione di Stato, l’Islam, sembrerebbe giustificare la schiavitù, identificandola come un ordine naturale e necessario. In realtà questo avviene secondo un’interpretazione locale del Corano, utile agli arabo-berberi, come mezzo di prevenzione per un’eventuale ribellione. Nessuno avrebbe mai osato distaccarsi ed opporsi a ciò che sembrerebbero dire le Sacre Scritture, fa eccezione di Biram.

Il movimento IRA Mauritanie (Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement) non è attualmente riconosciuto dal governo, per questo ogni sua azione è considerata illegale. Infatti, Biram è stato processato e incarcerato più volte.

Nonostante chi è garante della Giustizia abbia privato Biram di quest’ultima, oggi lui combatte ancora con l’obiettivo di garantirla a chi è meno fortunato di lui.

Noemi Stoppiello, Classe 5OA

 

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