Con il prospettarsi della fine della terza media, si faceva sempre più imminente la scelta  dell’Istituito superiore in cui iniziare il lungo percorso verso “ la maturità”. Avevo partecipato alle innumerevoli giornate di orientamento, uscendone piuttosto disorientata. Cercavo delle risposte ma trovavo solo dubbi e domande. La scelta si è configurata nel momento in cui ho riflettuto su quale potesse essere la strada da percorrere per incontrare la mia “vocazione professionale”: diventare Psicologa. Questa era stata la risposta ad un temino di quarta elementare, nella cui traccia la maestra chiedeva la fatica immaginativa di proiettare se stessi nel futuro. Le mie risposte erano state nell’ordine: la Psicologa, l’Astronauta e la Palombara. Pensarci oggi mi fa sorridere e mi rimanda ad un vissuto di profonda tenerezza per questa spinta esplorativa verso il basso o verso l’alto che mi ha sempre un po’ caratterizzata. In senso figurato, questa spinta è esattamente quella da cui attingo anche oggi quando mi pongo a confronto con gli abissi dell’Altro. Il verbo “diventare” ha lasciato il posto ad una definizione professionale presente, con tutte le difficoltà che ancora permangono e che appartengono al mio essere una giovane cittadina italiana. Essere Psicologa è diventata una parte importante della mia identità personale. Sulla scorta di questo sogno, allora molto lontano dal divenire realtà, ho iniziato a frequentare il Liceo Socio Psico Pedagogico “T.Ciceri” nell’anno 2005, 14 anni fa. Sono sufficientemente lontana dagli anni tra quei banchi da poterli guardare da lontano, come si guarda l’orizzonte dopo essere riemersi. Quando meraviglia e paura non sono più vivide sulla pelle ma hanno subito l’effetto mitigatore del tempo. Ad oggi, credo di poter dire che i cinque anni di Liceo sono stati per me un periodo fondativo nella storia della mia vita. Al di là del bagaglio contenutistico e culturale che, poi, la vita spesso sparpaglia. Molti concetti li ricordo, molti altri li ho totalmente dimenticati. Alcuni sono in una sorta di “pausa”, dalla quale si riattivano in seguito ad un discorso o, molto spesso, ad un viaggio. La cultura è una dote importante nella vita perché ci rende interlocutori validi e soggetti di fronte alle scelte che facciamo o che decidiamo di non fare. La cultura, però, non racchiude la spiegazione al perché preferire un Istituto scolastico ad un altro o al perché proseguire gli studi. La scuola serve ad altro, a trasmettere qualcosa che non si può apprendere solo dai libri. In questa scuola ho imparato l’importanza di sapersi organizzare, rispettando tempi di consegna di un lavoro o studiando argomenti appartenenti a discipline anche molto diverse tra loro. Questa capacità è il mio paracadute anche oggi. Ho imparato a creare connessioni tra i concetti, che non sono mai così atomizzabili come la nostra mente vorrebbe ingannarci a credere. Grazie anche all’esperienza in questa scuola, ho potuto formarmi una “coscienza sociale”, attraverso la partecipazione ad iniziative come la Conferenza di Rita Borsellino tenutasi a Milano. Mi sono confrontata con insegnanti motivati, che trasmettono la passione per quello che fanno, e con quelli meno motivati e meno capaci di trasmettere. Alcuni di loro sono diventate negli anni dei modelli che ho interiorizzato. Modelli a cui tendere. Altri lo sono diventati un po’ meno ma credo sia non solo nella norma ma anche funzionale. Saper scegliere un modello in una rosa di alternative è importante per il proprio sviluppo personale. Gli anni alla “Teresa Ciceri” sono stati anche il periodo delle amicizie adolescenziali e della loro funzione contenitrice rispetto alle grandi domande del diventare grandi. Per dovere di cronaca e per non cadere nella visione un po’ nostalgica e buonista che mi porterebbero nella generazione dei nonni, non posso tralasciare di dire che i cinque anni da liceale sono stati anche parecchio tosti. Tra i vissuti più complessi da dover gestire, ricordo il senso di sopraffazione che mi coglieva ogni tanto. Quel nodo alla gola che si può imparare a conoscere ed addomesticare e che si poi ritrova anche nella vita adulta ma con meno paura, se lo si è già sperimentato. Mi capita spesso di guardarmi indietro e fare bilanci. Quando penso al risultato complessivo dei cinque anni vissuti presso l’ Istituto Ciceri, sono certa di poter chiudere il bilancio in positivo, pervasa da un senso di gratitudine per quanto ricevuto.

Marta Ostinelli

( ex  5 PD)

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