«Ricomincia il progetto del giornalino di Istituto», avevano annunciato in classe «la prima riunione si terrà mercoledì». Ricordo ancora l’entusiasmo con cui avevo appreso la notizia, annotando subito data e luogo dell’incontro sul diario. Era una mattina del 2011, e io smaniavo dalla voglia di fare, mi sentivo intrappolata nei confini ristretti del mio banco, dove tutti eravamo allineati come in un mosaico dall’ordine prestabilito seguendo il susseguirsi inalterabile delle lezioni, dei compiti, delle verifiche. Tenevo spesso dei libri da leggere di nascosto in quel periodo e un quadernetto su cui ero solita annotare i miei pensieri; a casa avevo accumulato pagine di inchiostro e quello che ne era risultato lo consideravo con presunzione «il mio libro». Le parole nella mia testa erano sterminate: c’erano frotte di aggettivi, sinonimi e contrari, termini luminosi e altri oscuri, un lessico speciale per le emozioni, e un grande calderone di storie. Iniziai ad attendere con trepidazione quel giorno, mercoledì; convinta che avrei finalmente avuto la possibilità di esprimermi, di far udire la mia voce.
Due anni prima, nel 2009, avevo scritto alcuni articoli per la prima edizione del giornalino: ne era derivato un breve attimo di delirio d’onnipotenza, vedere il mio nome pubblicato sul fondo della pagina mi aveva fatta sentire una scrittrice. Avevo sedici anni e provavo l’esaltazione di affacciarmi per la prima volta al mondo: volevo che le persone leggessero quello che scrivevo, che le parole uscissero dalle pagine in cui erano sempre state confinate in perenne attesa di un voto, di un giudizio o anche soltanto di un apprezzamento. Sapevo che il giornalino sarebbe stato un modo per rendere il testo vivo, portarlo all’attenzione degli altri. La scrittura era sempre stata per me un’attività solitaria, avrei infine avuto l’opportunità di renderla sociale.

La prima riunione si tenne un pomeriggio di inizio ottobre, i raggi del sole tagliavano a metà l’aula avvolta nella penombra, sollevavano un leggero pulviscolo sulla superficie nuda dei banchi. Ricordo la polvere leggera che aleggiava nell’aria dorata fino a dissolversi; mi sembra quasi di toccarla, come se ancora fossi lì, inchiodata a quel momento.
Probabilmente la ragazzina che ero avrebbe raccontato i fatti in modo diverso. Quindi, questa è la storia dieci anni dopo: i fatti distorti dalla conoscenza del futuro. Persino la scrittura sarebbe stata diversa: più ricca di aggettivi, sovrabbondante, meno controllata, con una punteggiatura imperfetta e talvolta eccessivamente enfatica.
La ragazza di allora era calata nel presente, non aveva alcuna idea delle conseguenze di ciò che stava vivendo. Era una di quelle rare occasioni nella vita in cui hai la percezione di trovarti esattamente dove dovresti essere, come un tassello all’interno di un puzzle dai pezzi combacianti; al posto giusto, perfettamente aderente a te stesso.
Quel giorno eravamo pochi, giovani ed entusiasti. Le parole si muovevano con il fermento delle idee: recensioni, progetti, film in programmazione, eventi da seguire; e le pagine che avremmo potuto scrivere, già tutto si articolava nelle nostre menti, titoli, paragrafi, allusioni agli usi e costumi della società in cui stavamo vivendo.
Provavo l’ebbrezza di essere giovane e di spalancare gli occhi sul mondo: occhi lucidi, disincantati, dotati di coscienza critica. Volevamo scrivere di tutto, non ci ponevamo limiti: politica, società, letteratura, scoperte scientifiche, persino del festival di Sanremo.
Credo che sia un genere d’entusiasmo raro quello che provai; un entusiasmo, una fame di mondo, che si può avvertire solo nella prima adolescenza. Al Liceo parlavamo dei personaggi storici come se fossero vivi, discutevamo le loro scelte, ci interrogavamo sulle conseguenze; ci ponevamo domande su qualunque cosa, parlavamo di Dio, delle questioni etiche su cui in precedenza avevano dibattuto senza risultato generazioni di filosofi e di teologi, ci rompevamo il capo sui problemi recenti della bioetica; contestavamo il bullismo, la mafia, il razzismo. In realtà non sapevamo nulla, ma avevamo le idee chiare; credevamo di avere in tasca tutte le risposte. Questa energia convergeva negli articoli del giornalino, che non si limitavano mai a raccontare un fatto, lo filtravano inevitabilmente con la percezione di chi scriveva, c’era sempre quell’identità personale destinata a emergere nell’impronta distinguibile di una determinata conclusione. Il nostro Io premeva irrefrenabile per imporsi in ogni parola.
Negli articoli era contenuta la nostra opinione di giovani studenti sul mondo in cui vivevamo, e proprio perché giovani ci sentivamo ancora più in diritto di affermarla. Le professoresse sembravano capire la nostra condizione, incoraggiavano i nostri slanci e non cercavano di temperarli, forse sapevano che ci avrebbe pensato la vita prima o poi.

Ho imparato tanto in quegli anni, senza rendermene conto, perché investita della mia onnipotenza di adolescente ero convinta di sapere già tutto.
La mia scrittura è stata corretta, arginata, controllata; scrivere per il giornalino scolastico mi ha aiutato a sorvegliare la mia incurabile prolissità.
Mai come in quel momento mi è stato chiaro quello che avrei voluto fare nella vita; il futuro si è spalancato di fronte a me non più come un enigma, ma come un percorso da seguire. I sogni ormai mi sembravano vicini, se allungavo le mani potevo toccarli. Sono stati quei mercoledì pomeriggio, in qualche modo, a determinare il mio destino: mi sarei iscritta a Lettere, avrei continuato gli studi, d’un tratto riuscivo a immaginare la persona che sarei stata una volta terminato il Liceo.
Grazie alle riunioni del mercoledì ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto nelle mie capacità, stimolandomi e incoraggiandomi a scrivere, a esprimermi e, soprattutto, a non smettere mai di essere curiosa nei confronti del mondo e arricchire la mia anima attraverso la cultura. Qualcuno è riuscito a vedere in me qualcosa di prezioso, quando neppure io sapevo definire chi fossi; mi sentivo un essere fragile e indefinito, come tutti a quell’età.
Nei ricordi nulla è mutato. Quando penso al Liceo Ciceri lo immagino come un microcosmo a sé stante. Mentre la mia vita è cambiata, ha preso nuove strade, mi sembra che in quei corridoi tutto debba essere rimasto com’era, inalterato. È vero, non vedevo l’ora di andarmene, eppure quel mondo è rimasto con me: se chiudo gli occhi sono ancora quella ragazzina che scriveva i suoi pensieri sui quaderni esulandosi dal circostante; che fremeva in attesa di un’intervista o smaniava dal desiderio di dire la propria opinione. Sapevo già perfettamente chi ero, anche se mi sentivo in fondo così insicura, incompleta.
Dieci anni dopo sono riuscita ad arrivare dove non immaginavo: ora vivo a Roma, dove ho conseguito la laurea magistrale presso l’università La Sapienza. Tante cose sono cambiate, la carriera universitaria mi ha dato l’opportunità di approfondire le mie conoscenze, specializzarmi, e studiare così tanto da passare intere nottate sui libri. Mi sono scontrata con i miei limiti, ho faticato, ho scoperto il senso della parola «sacrificio» e compreso che nella vita nulla si ottiene facilmente. Ho imparato a seguire la mia strada senza inciampare, con un passo fermo, più determinato.
Sono consapevole di dovere tutto a questo agli anni trascorsi al Ciceri, alla strenua forza di volontà sviluppata in quel periodo.
Grazie a chi mi ha insegnato a non smettere di credere alle parole che si accampavano sulla pagina, una dopo l’altra, fino al punto finale; soprattutto alla capacità di esprimere me stessa che era contenuta in quelle parole. Ora posso dire che attraverso la scrittura si è compiuto una sorta di processo di autoaffermazione.
Ricordo con nostalgia quei primi articoli pubblicati su La vispa Teresa; certo, erano imperfetti e talvolta altezzosi, ma non potrò mai dimenticare l’esaltazione provata scrivendoli, l’energia pompata dal cuore che dava ritmo alla scrittura.
È questo l’incoraggiamento che vorrei dare agli studenti di oggi, pensando che sicuramente ce n’è ancora qualcuno che legge libri di nascosto sotto il banco e annota riflessioni su un diario: «Abbiate sempre il coraggio di far udire la vostra voce».
Diceva Calvino «Uno si sente incompleto e alla fine è soltanto giovane»; essere adolescenti è difficile, ricordo come mi sentivo io a quell’età, ma è anche un lusso raro: si ha la fortuna di vivere tutto a trecento sessanta gradi, di avere un sentimento unico e amplificato del mondo e, soprattutto, di poter parlare di qualsiasi argomento, senza remore né censure.

Alice Figini
(ex 5PC)

 

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