Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi, con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.”

Dante, Pugatorio,II

Così quel volto sconosciuto, scavato, stanco e dagli occhi colmi di dolore si poggia sulla mia spalla e sprigiona tutte le lacrime che, a parer mio, teneva in cuor suo da anni. Non ho idea di chi egli sia, ma abbracciarlo mi viene spontaneo. Siamo sulla stessa barca, solo questo so, e mi basta. Improvvisamente ritorna in sé, si sgroviglia da me, fa qualche passo indietro e torna a sedersi su una di quelle sedie traballanti, vecchie e rovinate che un po’ somigliano a tutti noi. Mi ricompongo anch’io e torno in fila.

L’ansia mi divora e il rumore dei piedi che sbattono contro il pavimento, delle mani che sfregano, delle ginocchia che si muovono da sé non mi aiutano certo a tranquillizzarmi. Non ho idea di cosa stia per ingerire, spero solo mi allievi da questi terribili dolori alle ossa, dal pensiero ossessivo che mi perseguita, dal senso di colpa e dal dolore.

Nell’attesa il mio sguardo si posa nuovamente su quel dolce sconosciuto, termine che probabilmente sono la prima persona al mondo ad attribuirgli, e mi accarezza senza contrarre alcun muscolo, i suoi occhi mi toccano come nessuna mano aveva mai fatto prima, se non quella dei miei famigliari.

D’un tratto smetto di tremare e la mia mente per un solo, breve, attimo si dà pace. Ma il terrore torna presto ad offuscare la mia vista. È il mio primo giorno qui d’altronde, pensare che fino a ieri mi accanivo disperatamente contro la mia stessa vita e che da oggi dovrò fare esattamente l’opposto, mi fa per la prima volta tremare l’animo dalla paura.

Ecco, è il mio turno. Avanzo di qualche passo per entrare nella sala di somministrazione della terapia cercando di farmi strada grazie a qualche spallata nella massa disperata e rognosa. La dottoressa mi porge due piccoli blister e mi spiega come assumere il farmaco.

Mentre mi destreggio, guidata dall’ansia, cercando di aprire quelle maledette medicine in cui ripongo tutta la mia speranza, una mano piena di calli, dalle vene sporgenti, me le toglie di mano, le sfila dal blister e me le ripone sul palmo. “Lascia che si sciolgano sotto la lingua, mi raccomando non masticarle, sennò non fanno il loro dovere.” Quella voce graffiata e rauca alle mie orecchie pare morbida e delicata.

Seguo le sue istruzioni, una volta fatto mi muovo per affrontare nuovamente la folla in delirio, ma prima di poter fare il primo passo lo sconosciuto mi prende la mano e mi apre la strada. Arrivati alla porta si avvicina al mio orecchio lentamente, sussurrandomi “Sarà dura, ma ce la farai, io lo so, ora sei tu che te ne devi convincere.”

Queste parole mi risuonano in testa lungo tutto il tragitto per arrivare a casa. Immersa nei miei pensieri, come mio solito fare, non faccio caso a ciò che accade intorno a me, così è mio padre a darmi la notizia che mi cambierà la vita, con una semplice domanda: “allora come stai tesoro mio? Meglio?” La mia risposta non sorprende solo lui ma anche me stessa: “Sì pa’, sto meglio! Sto meglio!”.

Le fitte alle ossa sono sparite, riesco di nuovo a respirare a pieni polmoni, la mia mente ragiona, il mio corpo ha smesso di sudare e ho un appetito pazzesco.

Ed eccomi qui oggi, domenica 18 Novembre, a distanza di ben nove mesi da quel giorno che mi ha fatto passare dall’essere un insieme di ossa scarne, tremanti e sul punto di spezzarsi ad essere semplicemente me stessa. Una sola cosa mi accompagna ancora da quel 6 Marzo: “Ce la farai.”

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