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La mia storia è conosciuta da tutti: parla di amore, di perdita e di dolore, di un incontro nell’oltretomba.

Questa storia racconta poco della mia morte, e ancora meno della mia vita: sono Euridice, moglie di Orfeo, il cui amore mi ha seguito anche all’Inferno.

Di me si sa poco: il mio nome è stato tramandato nel corso dei secoli grazie ad una vicenda di cui nemmeno mi sento protagonista, come fossi una pallida comparsa.

La mia storia racconta più di un viaggio negli inferi, è più del suo tragico finale: voglio dare voce a ciò che è stato il mio amore per Orfeo, così forte da sconfiggere la morte, voglio donare un’identità vera a Euridice, la ninfa.

Ciò di cui voglio parlare è del mio incontro con Orfeo, che ha cambiato il corso della mia vita e della mia morte.

Non c’è modo di parlare di lui senza citare la sua perfezione, la sua forza e, soprattutto, la musica celestiale che era in grado di comporre con la lira che Apollo stesso gli aveva donato.

Tutte le creature viventi lo amavano, ma nonostante ciò scelse proprio me, Euridice, il cui nome si ricorda solo grazie alla grandiosità del mio fortunato incontro con Orfeo, che divenne mio sposo.

L’affetto e la devozione che provavamo l’uno verso l’altra erano immensi. Il nostro non era un amore sovrannaturale, ma era anche il più puro dei sentimenti mai provati da qualsiasi mortale.

Il morso di un serpente ci separò prematuramente, strappandomi la vita e gettandomi oltre all’Acheronte, nel regno di Ade.

È sorprendente il modo in cui due persone leghino e intreccino la propria vita per sempre: dopo aver provato così tanto amore, era impossibile per me vivere lontano da Orfeo, e soprattutto sopportare di esserci divisi così brutalmente.

Posso sentire ancora il dolore per la nostra separazione, acuto e intenso come la prima volta, e pensare che anche lui, il mio sposo, abbia provato uno strazio così grande mi uccide di nuovo ogni volta.

Il fato ci aveva fatto incontrare e ci aveva uniti, e lo stesso fato ci aveva separati: quando mi ritrovai, sola, nell’Ade, mi era difficile provare qualcos’altro se non sofferenza e rabbia.

La solitudine e la disperazione sembravano il mio presente e il mio futuro, contrapposte crudelmente al mio passato, pieno di gioia e stracolmo d’amore.

Poi, all’improvviso, non saprei nemmeno dire quando, una dolce melodia richiamò l’attenzione di tutte le ombre che, come me, vagavano nell’oscurità del regno dei morti.

Avrei potuto riconoscere l’autore di quella musica anche solo da come avesse fatto vibrare una corda accarezzandola con un dito.

Non so se fossero passati minuti, giorni o anni dall’ultima volta in cui avevo provato gioia e speranza, eppure bastò udire l’arte di Orfeo per sentirmi viva anche nell’oltretomba.

Avrei potuto udire il mio cuore battere assieme al suo, tenendo il ritmo delle note che scivolavano via, una dietro l’altra, riempiendo il regno di Ade di suoni e richiamando alla mente di tutti i defunti sentimenti umani così vividi che avrebbero potuto far credere loro di avere ancora un corpo pulsante di vita.

Erano note ricche di strazio, e legavano me il mio amato in modo ancora più intenso: era qui per me, per chiedere che tornassi con lui nel mondo dei vivi, a supplicare affinché avvenisse qualcosa di assolutamente straordinario, che mai era stato concesso.

La potenza e il trasporto della sua melodia colpirono Ade e Persefone, i due sovrani infernali, e finalmente io e Orfeo ci rincontrammo.

Mi piacerebbe dire che dopo aver ricevuto l’approvazione degli dei io ed Orfeo ritornammo entrambi alla luce del sole senza alcuna difficoltà, ma ciò non avvenne.

Gli venne chiesto, come molti sanno, di condurmi fuori dall’Ade senza mai voltarsi a guardarmi.

Ma nessuno sa davvero cosa provammo io e il mio sposo nel lungo tragitto verso la luce. Essere così vicini, così follemente felici di esserci incontrati di nuovo, ma non poterci fissare negli occhi per condividere la gioia: era questo a rendere così straziante la nostra riunione.

Il destino, lo stesso destino che aveva preso le redini delle nostre vite, intrecciandole e poi separandole senza scrupoli, si stava crudelmente beffando di noi prima di distruggerci.

Mentre avanzavamo attraverso l’oltretomba, tra demoni e ombre, cercavo di pensare solo a quando io e Orfeo ci saremmo ricongiunti, ma era molto difficile dimenticare che lui era proprio davanti a me; questo rendeva l’attesa ancora più insopportabile.

Ad ogni passo ero tentata di supplicare Orfeo di fermarsi e di fissare i suoi occhi nei miei, con dolcezza, per sentire ogni sentimento acquietarsi in me, ma se lo avessi fatto sarebbe andato tutto in pezzi, riaprendo irrimediabilmente le nostre ferite appena rimarginate.

Sentivo lo stesso turbine di sentimenti far tremare le mani del mio innamorato, rendergli il respiro affannoso e il passo incerto. Lottava, come me, contro il desiderio di guardarmi.

Camminavamo già da molto tempo, trascinando un piede davanti all’altro come se ci stessimo muovendo in una palude fangosa e insidiosa; all’improvviso, vedemmo una luce: la porta dell’Inferno, la fine della nostra Odissea.

La speranza riaccese la mia anima, e mi sarei messa a correre se il mio corpo e la mia mente non fossero stati troppo stanchi per il cammino e per la lotta furiosa che avevano dovuto ingaggiare contro il desiderio.

All’improvviso, in un modo che non avrei nemmeno potuto prevedere, Orfeo si fermò: sembrò combattere ancora intensamente per qualche secondo, tremando e scuotendo la testa e, infine, si voltò verso di me.

La lotta era finita, la tentazione aveva vinto sulla volontà.

Accadde velocemente, eppure quell’istante sembrò durare ore, tant’è che ricordo ancora ogni dettaglio.

Aveva le guance imperlate di lacrime: i suoi occhi brillavano di amore, ma le lacrime erano causate da sofferenza e tristezza. La luce del sole al tramonto gli indorava appena i capelli, ma non scaldava ancora la mia pelle, che non avrebbe più assaggiato il calore del mondo dei vivi.

Orfeo cercò i miei occhi e incastrò il suo sguardo nel mio, capendo ciò che gli stavo comunicando senza che dicessi nemmeno una parola. Nonostante avessi capito il mio destino, non potei fare a meno di sorridere a mia volta con la stessa dolce tristezza.

Non voglio che la mia storia venga ricordata per ciò che accadde dopo, ovvero per la mia repentina scomparsa e il mio ritorno nel mondo dei morti, seguito dalla disperazione più nera, ma per ciò che precedette e condusse a quell’istante fatale.

La mia vita terrena, unita a quella di Orfeo in matrimonio, il fortissimo sentimento che ci aveva accomunato e che non era mai scomparso e infine il cammino nell’oltretomba: tutto era un preludio di quell’istante, di quel momento in cui ci guardammo negli occhi.

Quello sguardo aveva la forza del nostro primo incontro, la potenza che solo un’unione voluta dal destino può avere.

Sono ancora qui nell’oltretomba, a vagare nel buio, eppure sono scaldata dalla visione di Orfeo che sorride dolcemente, circondato di luce: mi nutro di quell’istante, ne traggo forza.

Quello sguardo, così familiare ma anche in tutto così diverso e nuovo, rinnova ogni giorno il mio amore.

Posso ancora sentire la mano di Orfeo stringere la mia, cercare di impedirmi di essere trascinata via dal destino, di nuovo lontano da lui. In effetti è riuscito a trattenermi dal volare via: è come se fosse ancora qui, è come se fossi ancora immobile con lui tra il buio e la luce, persa nei suoi occhi.

Può sembrare che il nostro amore sia stato sconfitto dal fato crudele, ma non è affatto così.

È rinato, ancora più forte, sbocciando come un fiore sulla porta dell’Inferno.

Martina Ostinelli, classe IVUE

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