Nonostante l’Italia appaia un unico Paese, esso è caratterizzato da diverse culture e tradizioni che incidono sulla visione che ognuno di noi ha sul mondo. Questa estate, durante i miei viaggi a Napoli, più precisamente in periferia della città, mi sono immersa in una visione del mondo differente da quella in cui sono cresciuta. Durante il mio primo viaggio ho potuto conoscere la comunità di Licola Mare, facendo un grest estivo. Ma non era una “comune comunità”. Infatti, i bambini di Licola hanno alle spalle famiglie che sono coinvolte in traffici di droga o addirittura hanno relazioni mafiose. Tutte queste esperienze si ripercuotono sulla visione del mondo del bambino ma non in modo positivo, portando il ragazzo ad attuare comportamenti devianti. Le suore, grazie alle quali ho potuto fare questa esperienza, acquistano un ruolo fondamentale non soltanto nel creare un luogo (l’oratorio) di svago e distrazione per il bambino, fuori dal suo mondo, ma anche nel processo di rieducazione.

Infatti, in questi casi non si può parlare di educazione in quanto essa procede dal passato per costruire un futuro, un futuro che per il bambino di Licola abbandonato a se stesso e al suo ambiente familaire riserva un susseguirsi di comportamenti devianti. Si può parlare invece di rieducazione, un processo che va in direzione inversa rispetto all’educazione, dal futuro al passato.

Durante il convegno “Oltre il disagio”, tenutosi a Pozzuoli, il 6 e 7 settembre, a cui ho partecipato durante il mio secondo viaggio, si è approfondito il concetto di rieducazione. In uno degli interventi, la pedagogista Laura Cavana[1] ha affermato: “Il soggetto dà un significato alla visione del mondo e al contesto culturale in cui è inserito ed è qua che bisogna far partire il processo di rieducazione che non consiste, come nel caso dell’educazione, in una formazione della visione del mondo, ma nel cambiarla. Come si fa a rieducare? Attraverso il campo di esperienze. Esperienze nuove che hanno lo scopo di portare il soggetto nelle condizioni di criticare il suo passato e di costruirsi un futuro migliore”. Esperienze nelle quali l’educatore deve non soltanto attuare un processo di inclusione sociale focalizzandosi su aspetti relazionali, ma deve anche far maturare nel ragazzo fiducia e rispetto verso le istituzioni, come la scuola, e far si che il ragazzo deviante possa riconquistare un rapporto con le norme dettate dallo stato con il quale si sente in contrasto e dal quale si sente criticato.

In che modo è possibile tutto ciò? Attraverso la relazione. Essa infatti è fondamentale nel processo di rieducazione in quanto un confronto con l’altro ci permette di porre in discussione i nostri ideali e le nostre convinzioni. Facendo riferimento, per la sua argomentazione, a Levinas, il professor Gaetano Iaia[2] ha affermato:” Levinas afferma che” il linguaggio produce l’essere di una persona”, io mi produco, mi rivelo agli altri attraverso il dialogo e allo stesso tempo mi rivelo. Questa relazione mi permette di rivelare me stesso e di essere partecipe alla relazione, ma per far sì che ci sia dialogo non soltanto dobbiamo essere in due (dia-logos), ma dobbiamo accettare che, in primis, vi è la diversità, che la persona con cui parlo ha un’altra visione del mondo, differente dalla mia, ma non per questo sbagliata. In questo modo, attraverso il confronto di idee e opinioni, non soltanto il soggetto cerca di trasmettere qualcosa all’altro, diverso da lui, ma lui stesso viene e si sente arricchito dalla relazione. Attraverso queste parole il professor Gaetano Iaia tenta di spiegare il concetto di relazione educativa all’interno del processo di rieducazione in contesti devianti. È quindi, importante riconoscere che il ragazzo deviante ha alle spalle un disagio che lo spinge a scappare dalla sua visione del mondo attraverso comportamenti non conformi al nostro ideale di legalità. Un disagio che è propriamente una mancanza di comfort che induce il ragazzo a non sentirsi a proprio agio con le sue convinzioni.

A questo proposito Maura Striano (3) [3]che è anch’essa intervenuta durante la conferenza, sottolinea che: “Non sempre questa situazione di disagio per il ragazzo è negativa in quanto gli permette di mettere a confronto i sui ideali e la sua visione del mondo con quella degli altri”. Per ciò, affinchè ci sia dialogo dobbiamo riconoscere il disagio del ragazzo, la sua diversità.

Il dialogo non deve essere univoco, dove c’è un educatore che insegna e parla, ma anche il ragazzo deve avere la possibilità di esprimersi ed esercitare la propria personalità. È importante, quindi, che all’interno di un contesto deviante venga impostato un modello di rieducazione nel quale il potere educativo non sia solo esercitato da chi educa ma anche da chi apprende, mettendo al centro del processo di inclusione il ragazzo nella sua integrità. A questo proposito Gaetano Iaia afferma che:” per Levinas educare significa incontrare ciò che è altro in confronto a me. È l’altro il maestro non sono io e l’apertura del dialogo è per me una possibilità di riscoprirmi. Parlare significa rendere comuni: se io ti parlo faccio in modo che ciò che ci scambiamo diventi nostro. Per questo la mia responsabilità si fa sempre più alta quando io mi avverto sempre più coinvolto”.

Un esempio di ambiente dove viene espressa questa “responsabilità” che riveste la relazione sono le carceri minorili. Come afferma il direttore dell’istituto penale per i minorenni di Nisida, Gianluca Guida:” Per i ragazzi di Nisida la relazione con l’altro costituisce un bisogno che dobbiamo impegnarci a soddisfare. Questo significa prendersi cura di loro. Una cura che non consiste soltanto nel farli stare bene, ma in un prendersi carico dei loro bisogni e dare una risposta ad essi”.

Il carcere è un contesto che ci interroga in quanto al suo interno vi sono storie differenti che ci permettono di cambiare il nostro punto di vista. Pierangelo Barone[4]afferma:” Il vissuto del minore carcerato è un contesto che deve rieducare, nel senso che deve considerare l’altro. Non bisogna vedere la rieducazione come cambiamento ma come correzione. E per far sì che il minore rielabori il reato c’è bisogno di un atto comunicativo che deve essere riconosciuto all’interno di una scena educativa nel carcere”. Questo significa che per riuscire ad agganciare il ragazzo bisogna rendere percepibile lo spazio di “narrazione”, ovvero un luogo dove il minore può esprimersi e raccontarsi attraverso la sua esperienza, affinchè diventi più consapevole della sua visione del mondo. Questo spazio diventa efficace solo se si ha cura della relazione e se si fa attenzione ad allestire la scena educativa. In questo modo si favorisce l’ingaggio grazie al quale il ragazzo è preso a tradurre quella narrazione in esperienza, un’esperienza tradotta come avvicinamento all’altro.

Per cui si può pensare ad una educazione che non sia inclusione? No, in quanto l’inclusione ci stimola al confronto delle differenze. Realizzare inclusione significa realizzare relazione nella quale si educa. E per poter andare oltre il disagio è necessario riconoscerlo in quanto esso fa parte dell’educazione e non bisogna etichettarlo attraverso uno stereotipo: non esiste un minore a rischio ma è il contesto in cui esso vive che lo mette in questa situazione. Per cui avere un senso significa insegnare ed essere insegnati, parlare ed essere detti.

Chiara Martinelli, classe 4^UA

[1] Professore associato di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna

[2] Specializzato in Teologia Dogmatico-Cristologica nella sezione “San Tommaso d’Aquino” della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli.

[3] Professore ordinario di Pedagogia e storia della pedagogia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.

[4] Professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli studi di Milano Bicocca.

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