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Quando hai in programma di andare a fare il percorso Dialogo nel buio all’istituto dei ciechi, cerchi di prepararti prima psicologicamente, ma non ci riesci mai. Immagini di trovare delle persone con un handicap, e poi ti accorgi che, in quell’occasione, la persona con handicap sei tu. Trovi dei ragazzi (o presunti tali, visto che non li vedi) energici, sicuri e simpatici e non lo stereotipo di disabile come lo immaginiamo sempre, cioè debole e bisognoso di aiuto. In questa occasione sei tu che devi affidarti totalmente a loro, perché ti senti completamente perso; la cosa che mi ha colpita maggiormente è che imparano a memoria i nomi dei partecipanti con una velocità ed una precisione incredibili. Inoltre non hanno di riferimento, come succede per noi, il viso o il corpo o i vestiti che questi indossano, solo la posizione che occupano in una fila.

Entrando le sensazioni sono molteplici: si passa da una situazione di penombra al buio più completo e totale mai visto, un buio innaturale al quale gli occhi faticano ad abituarsi. La sensazione è quella di essere rinchiusi in uno spazio piccolissimo, ti manca l’aria come se intorno a te ci fossero delle pareti che in realtà non ci sono; muri di buio; l’unica salvezza, la cosa che ti fa capire che non sei veramente cieco, sono le piccole luci rosse dell’impianto antincendio, che ogni tanto si accendono sul soffitto. Anche il corpo cambia postura; da una posizione rilassata, ci si irrigidisce, come se si fosse minacciati da qualcosa; il respiro aumenta ed è come quando ti senti in pericolo, il cuore batte più velocemente. Adattarsi al buio totale è davvero difficile; all’inizio hai voglia di scappare fuori. Hai bisogno di sentire costantemente la voce di chi ti guida o delle persone che sono vicino a te; se solo c’è un attimo di silenzio, ti senti completamente persa e chiedi conferma della presenza della persona che ti precede, hai bisogno di toccarla per rassicurarti. Il tatto e l’udito diventano indispensabili per non sentirsi soli e sperduti, e allo stesso tempo anche il più piccolo rumore non conosciuto suona come minaccia. Durante il percorso, ogni suono sembra amplificato e anche le cose che tocchi ti sembrano nuove, mai sentite.

Camminare con il bastone ti dà un po’ di sicurezza in più, ma l’istinto è comunque quello di usare la mano libera per tastare eventuali pericoli o per avere la percezione dello spazio intorno a sé.

Con i miei genitori ho avuto l’occasione di fare anche la cena al buio; un’esperienza impagabile, unica e arricchente. Le sensazioni iniziali sono le medesime che per il percorso, con l’enorme differenza che ti fanno accomodare a tavola con degli sconosciuti che non vedi e con i quali è molto più semplice stabilire un legame, una relazione. Non vedendosi in viso, ci si concentra sul suono della voce, sulla sua intensità, sul modo di ridere dei commensali e ho trovato molto più facile parlare di qualsiasi argomento senza preoccuparmi del giudizio altrui. La cosa straordinaria è che, intorno a te, i camerieri sfrecciano sicuri con le portate in mano, mentre tu sei assolutamente rallentato in tutti i tuoi gesti; non sai cosa hai nel piatto ma ne senti il profumo amplificato: e indovini subito che il risotto che hai nel piatto è, ad esempio, ai carciofi piuttosto che allo zafferano. Ogni piatto ha un profumo inconfondibile, anche se non lo vedi, e il problema è come mangiarlo: finché il piatto è pieno è semplice trovarsi qualcosa sulla forchetta, ma quando la pietanza sta per finire allora cambia tutto. E ti ritrovi con le dita che tastano nel piatto per capire se c’è ancora qualcosa. Allo stesso modo, devi riuscire a versarti l’acqua nel bicchiere senza fare danni e devo dire che dopo qualche incertezza il gesto diventa meno complicato.

Ma la cosa fantastica è che mentre tu cerchi di mangiare secondo le regole di educazione che conosci, nonostante nessuno possa vedere i pasticci che combini, un fantastico pianista, ovviamente cieco, ti allieta con dei brani eseguiti a regola d’arte.

Si imparano tante cose all’istituto dei ciechi; si impara ad avere rispetto per coloro che consideri handicappati ma che su tante cose sono decisamente più bravi di te, si impara che la disabilità è relativa ed è legata al contesto che ti circonda e soprattutto si impara a gioire di ciò che si possiede ma che si dà per scontato; sì, perché la sensazione più bella, alla fine di entrambe le esperienze, è stata quella di capire, uscendo dal buio, che ci si vede, che il buio per noi non è eterno e che possiamo tornare alla nostra normalità.

Sara Cosentino, Classe IVM

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