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Otto ragazzi con un coraggio da leoni, otto ragazzi con una stella a sei punte sul braccio: il simbolo storico della loro tragica storia. Terezin, uno tra i più vasti campi di concentramento, seconda guerra mondiale, questo è lo scenario dove viene ambientato “La repubblica delle farfalle”; un libro dinamico, semplice, ma anche molto diretto. Questa è una storia pungente, per certi versi anche di sconsiderata follia e rischio, che corrono i giovani rinchiusi in questo campo, scrivendo per sopravvivere al lume di una fioca candela o di una lampadina trafugata, un giornale: “Vedem”. Il potere delle parole assume un ruolo determinate nella storia che è capace di unire e di consolidare legami, di dare forza; laddove il dolore e la nostalgia diventano il peggior tormento, questi ragazzi trovarono qualcosa di grande in loro nonostante la loro giovane età: l’arte di tenersi vivi. L’autore ci ha trascinato dentro le parole, i fatti, i disegni, le poesie, le interviste tutto quello che un buon periodico deve avere, infatti lì, a Terezin, mancava solo la libertà di parola, di espressione, di pensiero. Benché i nazisti subdolamente considerassero il campo di concentramento come un luogo democratico e libero, grazie a quella gazzetta, ora siamo a conoscenza delle reali crudeltà che avvenivano nel campo: quello che accadeva li di buono o positivo era solo un teatrino, pura finzione. Non fu un piccolo paradiso felice accerchiato fuori da fame, guerra, violenza, c’era tutto questo se non peggio: la beffa di un’ immateriale e irreale libertà. Il tema centrale del romanzo viene accarezzato con leggerezza, ma anche con decisa grinta, un ossimoro complicato che rende questo testo adatto a un vasto pubblico di lettori, dagli adolescenti agli adulti. Sono numerosi gli spunti di riflessione che possono nascere leggendo questo romanzo ad esempio come noi oggi contrastiamo la repressione e la schiavitù e come cercare di impedirle. Gli argomenti della seconda guerra mondiale e dell’olocausto sono da attualizzare sempre di più: bisogna approfondire realmente le condizioni di vita di allora come le notizie giunte fino a noi dai ragazzi di Terezin. La loro è una storia di vera resistenza conto la violenza.

Beatrice Vitale, Classe IIUE

Terezin, campo di smistamento di prigionieri durante la seconda guerra mondiale, dove la parola vivere non aveva più lo stesso significato di prima. Famiglie intere erano state sottratte alle loro case e portate lì, dove li avrebbero separati uno alla volta e condotti con treni da carico merci verso i veri e propri i campi di sterminio, dove il destino di quelle povere vittime innocenti era già deciso. Per le strade camminavano morti viventi: tutti coloro che non ce la facevano a sopportare il dolore psicofisico che ogni giorno subivano da parte dei nazisti; si sentiva la fame, il senso di abbandono, la consapevolezza di non poter fuggire, di essere prigionieri senza aver commesso alcun crimine; erano in quel luogo solo per essere nati in una famiglia ebrea. Ma nonostante non ci fossero speranze, alcuni ragazzi decisero di lottare, di resistere, di mettere nero su bianco i loro pensieri e le loro paure, scrivendo Vedem, un giornale da loro stessi redatto ogni venerdì sera, al lume di una o più candele. Era il loro modo di vedere la luce nel buio, così facendo erano meno soli, un po’ più liberi, come quegli insetti colorati e leggeri che si posano qua e là sui fiori, senza cancelli o confini … ed è per questo che lo scrittore ha intitolato questo toccante libro La repubblica delle farfalle. Vedem era scritto unendo parti di disegni, poesie, storie, racconti di persone, come fossero un puzzle, anche durante la settimana i ragazzi della redazione dovevano pensare al giornale, alle notizie da inserire e agli argomenti di cui trattare, era un gioco, che li portava a pensare a un futuro normale, magari da scrittori, era la loro soluzione per far sfumare la realtà, per farli finire in un mondo migliore, in un sogno. In questo libro vengono messe a crudo le verità dei campi nazisti, dove regnava l’odio, la rabbia, il disprezzo e l’umiliazione verso gli ebrei e tutte le altre categorie che secondo i nazisti non erano all’ altezza della loro razza. Così questi ragazzi hanno dovuto affrontare sfide più grandi di loro ogni giorno, hanno visto la morte sotto i loro innocenti occhi, ma questo non li spaventava più, era ormai diventata la loro routine; hanno imparato a non dare più peso alle violenze, il loro unico obbiettivo a fine giornata era quello di non cedere, non lascarsi avvolgere dai ricordi felici, che li riportavano ad un caldo salotto in una casa, la loro casa. Hanno respinto la tristezza che costantemente ha tentato di congelargli il cuore, perché la speranza è l’ultimo dono che può tenere vivo un uomo.

Martina Montanelli, Classe IIUE