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Nel 2016 alcuni militanti dello stato islamico, comunemente chiamato Isis, hanno compiuto una strage nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, rea di aver pubblicato delle vignette offensive verso le tre religioni monoteiste. Il mondo occidentale ha dichiarato questo avvenimento come un attacco alla libertà di espressione: sono stati numerosissimi i post di vicinanza alla rivista con la scritta: “je suis Charlie”.

Sicuramente delle immagini malsane e di cattivo gusto sono meno gravi di un attacco terroristico, che non è assolutamente giustificabile, ma fino a dove può spingersi la libertà di espressione? Può arrivare a colpire le credenze più sacre delle persone, offendendole profondamente?

Esprimere ogni cattiveria che passa per la mente, senza utilizzare mezzi termini, è pura crudeltà, non è l’adempimento di un diritto: significa credere che la persona, o il gruppo a cui sono indirizzate queste offese non abbia un’emotività o che, comunque, non sia rilevante la ferita che viene causata. Lo stesso vale per persone prese di mira e offese in rete, da individui che si sentono autorizzati ad esprimere il proprio odio, nascondendosi dietro ad uno schermo.

Gli “arrabbiati della rete”, così definiti dal giornalista norvegese Kyrre Lien, autore di una ricerca sulla cattiveria nel web, sfogano i loro ideali più radicati attraverso post crudeli. Nel documentario del reporter, I guerrieri di Internet, sono stati intervistati questi soggetti apparentemente normali. Si può facilmente notare che tutti hanno una caratteristica comune: si contraddicono, poiché esprimono ferocemente il loro dissenso verso tratti o comportamenti di soggetti che credono lontani da sè, ma, osservando con attenzione, sono loro stessi o i loro famigliari a possedere tali caratteristiche. Un esempio è una signora che scatena la propria rabbia contro gli immigrati, ma è sposata con uno di loro.

Sarebbe utile comprendere le motivazioni che spingono le persone ad ignorare i sentimenti altrui e, allo stesso tempo, ad esaltare i propri come inviolabili. Gli individui, infatti, accusano come crudeltà inaccettabili ciò che li tocca personalmente, mentre, si sentono autorizzati ad ignorare ciò che, in apparenza, non li riguarda.

“Il contratto sociale deve basarsi sulla solidarietà tra gli individui e l’empatia per i più deboli”, ricorda il saggista P. Mishra, riportando un’affermazione di Rousseau. Partendo da questo principio inviolabile, le persone dovrebbero assimilare una volta per tutte che la libertà di un soggetto finisce dove inizia la libertà del suo prossimo, allo stesso modo la libertà di esprimere ciò che si pensa è limitata dal rispetto per l’emotività altrui.

Anna Testoni, classe IVUE