Negli ultimi anni si sono svolte ricerche sul mondo emotivo-sentimentale dell’uomo,  molte  sono state le riflessioni filosofiche di scrittori italiani e non, di particolare rilievo intellettuale. Uno degli argomenti principe  di questi intellettuali, riguarda soprattutto quell’insieme di atteggiamenti mentali e sentimentali ritenuti normalmente controproducenti e quindi negativi.

La noia ad esempio, di cui trattano Ferlinghetti e Carlo Bordoni, è sistematicamente condannata dalla società, ma analizzando la vita dei grandi poeti e scienziati di un tempo, si può ben confermare come, le grandi opere innovative siano nate proprio nei momenti di noia. L’annoiarsi infatti, permette all’uomo di essere svincolato da tutti quei doveri che la vita impone, rende l’uomo libero di scegliere cosa fare e pensare, ed è “nell’otium” che l’individuo può ritrovare la sua creatività.

In una società industrializzata  come la nostra, per sopravvivere si è costretti a non avere “tempo libero per annoiarsi”,  questo nuoce  all’inventiva ed  all’avanzamento del pensiero dell’uomo. L’uomo non si annoia abbastanza per elaborare idee totalmente nuove.

Nei secoli precedenti però la società europea non era ancora interamente assorbita dal lavoro e immersa nella vita produttiva, ed è per questo che  il ‘700, l ‘800 ed il ‘900 sono stati  i secoli in cui la riflessione ha  raggiunto i livelli  più profondi sull’interiorità umana.

Ne è un esempio “I fiori del male, grandissima opera poetica di fine ‘800 di Baudelaire in cui egli stesso elabora il concetto di Spleen, ovvero quell’atteggiamento sentimentale tipicamente malinconico, un  perenne stato di insoddisfazione. Comunemente giudicato come sentimento autodistruttivo, è il titolo stesso dell’opera a dimostrarne il contrario. L’esperienza umana della frustrazione, della speranza ossessiva e della sofferenza interiore sono l’unica cosa funzionale a nobilitare lo spirito e quindi  il suo prodotto riflessivo. È dalla disperazione che l’uomo rinasce e che produce quelle splendide opere che sono il frutto del male. Se così non fosse, Baudelaire non sarebbe stato Baudelaire, così come Schopenhauer, Leopardi e altri grandi artisti “ della sofferenza ” della nostra  storia letteraria . Nobilitare la propria esistenza tramite il dolore, fa anche sì che il soggetto prenda consapevolezza di sé e dei suoi valori. L’uomo che soffre è un uomo di valori e questi, in qualche modo, si traducono in diritti inconsci che l’uomo si trascina sin dall’Umanesimo.

Oggi  gli originali concetti di Demopraxia e di Ominiteismo, entrambi  trattati nel libro di Vincenzo Trione pubblicato il 3 ottobre di quest’anno,  si presentano come  strettamente legati l’uno all’altro in quanto per Ominiteismo si intende quel diritto secondo cui l’uomo si attribuisce lo stesso valore di dio, si sente onnipotente rispetto a sé stesso e alla realtà. A questo si collega di riflesso il valore di Demopraxia, infatti se l’uomo può tutto, allora tutti riescono ad arrivare ovunque. Questo significa  però ,che il pensiero umano  può avere delle derive che  portano all’antropocentrismo  esso  discende dalla speculazione filosofica ,ma ciò può  generare   mostri : tutti pretendono di praticare qualsiasi cosa anche se non si hanno le giuste competenze per farlo.

Per questo è utile il socratico dubbio metodico: con la sana incertezza del sapere, ognuno può ritrovare il proprio sé, la propria strada e può sviluppare una visione del mondo che non sia  OMINITEISTA …..

 

G.Marelli IV UE

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