Che cosa portereste con voi, qualora vi si ordinasse di abbandonare in poche ore la vostra casa e la terra e in cui siete nati?

Con questa domanda inizia l’incontro con Maria Tatsos, autrice de “La ragazza del Mar Nero”, ed. Paoline. Il libro racconta la persecuzione dei greci del Ponto, effetto della politica turca degli anni Venti del Novecento.

Attraverso le memorie familiari che vedono protagonisti Eratò e Nikos, i nonni di Maria, conosciamo vicende storiche per molto tempo dimenticate e trascurate e tuttavia molto significative nel chiarire un passato che, se indagato con attenzione, aiuta a capire il presente.

“I miei nonni Eratò e Nikos, entrambi sarti, all’epoca erano due giovani appena più che ventenni, poco interessati agli scenari della geopolitica che contrapponevano Grecia e Turchia, e ancor meno alle dispute tra le grandi potenze. Sognavano di lavorare e vivere in pace nella loro città sulle sponde del Mar Nero, nonché di crescere la meglio il primo figlio, Christos. Invece, le loro esistenze furono travolte da questo uragano”.

Il genocidio dei cristiani del Ponto conta 353.000 morti, vittime di deportazioni e arruolamento in “battaglioni” di lavoro, una “carneficina bianca”. Gli altri, in numero quasi pari, trovarono ospitalità in Grecia, la madrepatria da cui provenivano i loro antenati e presso cui arrivarono come profughi.

Dopo il confronto tra gli studenti e l’autrice, l’incontro si chiude con l’immagine di nonna Eratò e della sua bisnipote perché ai giovani è affidato il compito di raccogliere il testimone della memoria.

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