Pallidi corridoi male illuminati e con l’intonaco rovinato si attorcigliavano l’uno all’altro come fossero le viscere di un gigantesco mostro grigio e cupo: il manicomio.
Le sbarre alle finestre e i vetri spessi non lasciavano uscire le grida…
E forse, così pensava Anita, nemmeno i sogni.
Anita aveva sei anni, nove mesi e quattro giorni.
I suoi capelli a caschetto erano neri come i suoi occhi grandi, la bocca carnosa e rossa non sorrideva, le labbra screpolate e tagliate. Le mordeva sempre.
Era piccola e gracilina, le mani rovinate non lasciavano mai il collo del suo coniglietto di peluche con un costume da marinaretto.
Era un regalo di sua madre, l’aveva portata lì quando era ancora molto piccola.

Sono davanti all’entrata, sulla soglia una grossa infermiera con la faccia cattiva, gli occhiali e i capelli raccolti sotto una cuffia bianca. La madre si inginocchia di fronte alla bambina e mentre lo fa incrocia mortificata lo sguardo della grossa infermiera che sembra dirle di muoversi con le sue bugie che lei non ha tutto il giorno. La bimba guarda la madre con quegl’occhi neri e tristi, stringendo a se il suo peluche. “Mi raccomando amore -le dice la donna- comportati bene, non far arrabbiare le signore. Io torno presto a prenderti.”
Stava quasi per alzarsi in piedi quando si accorse di aver dimenticato una cosa, stavolta però lo sguardo non era più dolce, apprensivo e materno ma duro,
“Ricordati, se vedi i mostri chiudi gli occhi e conta fino a dieci”.

Era lì da molto tempo e ogni tanto, nel suo angolo, mentre con le unghie graffiava il muro non curante del sangue che iniziava a gocciolare giù per le dita per poi cadere a terra, si ritrovava a chiedersi come mai sua madre non l’aveva voluta con sè.
A volte invece, si risvegliava nei corridoi, sdraiata a terra, sul pavimento gelido, il suo peluche stretto fra le mani, nessun ricordo di cosa fosse successo prima e nessuna speranza che il seguito sarebbe stato migliore.
Quel giorno, 12 settembre, un pettirosso si era posato per cinguettare felicemente su un ramo di fronte alla finestra di Anita ma lei non aveva potuto sentirlo… Colpa dei vetri.
In quel momento fremiti di rabbia le scossero il corpo, la sentiva salire, crescere sottopelle ardente come un fuoco.
E quanto le sarebbe piaciuto potersi scottare col sole o anche solo con un fiammifero… Così per sentirsi viva, sapere che la sua pelle era sensibile anche al calore, e non solo al freddo… Iniziò a tirare pugni al vetro urlando senza nessun risultato e in poco tempo due uomini dal camice bianco accorsero per immobilizzarla.
I visi spenti, senza lineamenti che permettessero di distinguerli l’uno dall’altro. Le loro grandi mani avvinghiate a polsi e caviglie della bambina; pallida, il suo corpo si contorceva ormai in un continuo susseguirsi di spasmi e grida.
Un’iniezione nel collo e tutto tacque.
Il corpo della piccola smise lentamente di muoversi, le mani sbatterono al suolo lasciando che il peluche rotolasse poco più in là e la pressione su polsi e caviglie diminuì fino a svanire. Uno dei due uomini la prese in braccio e la portò via. Quando riaprì gli occhi era in una stanza in cui non era mai stata… Polsi e caviglie di nuovo legati ad una specie di barella metallica situata in un angolo della stanza. Si sentiva odore di muffa e di gas, il freddo penetrava fin dentro le ossa e l’aria era pesante, si faceva fatica a respirare. Non appena si accorse di non avere con sé il suo peluche iniziò nuovamente ad urlare sbattendo le mani e facendo risuonare, per quanto possibile, il piano metallico su cui era legata; accorse una donna dallo sguardo severo seguita da un uomo alto con gli occhiali. E da quel momento in poi, da quella stanza gelida chiusa con un grosso portone metallico, uscirono soltanto grida.
Strilli attutiti da quell’aria viziata ma comunque abbastanza forti da far scappare spaventato il pettirosso posatosi davanti alla finestra di Anita. Quando si svegliò era di nuovo nella sua stanza, in un angolo, seduta… Una gamba stesa a terra e l’altra tirata su al petto. Lo sguardo basso, fisso nel vuoto. Un raggio di sole, quella mattina, tentò di entrare dalla finestra ma trovata l’ostilità dei vetri spessi e sporchi decise che era meglio andarsene. Sul tardi venne la donna delle pulizie per cambiare le lenzuola ma Anita non si mosse, sembrava che il tempo le stesse scivolando addosso. Un lieve rumore udito poco prima che la donna uscisse dalla stanza la fece rinsavire. Si chinò strisciando fino alla porta…
Una scatola di fiammiferi era caduta dalla tasca del camice bianco. La prese. Era la prima volta che ne vedeva una. Le labbra le si arricciarono in quello che, in altre circostanze, avrebbe anche potuto essere un sorriso.
Passavano i giorni, colate di sangue ricoprivano i muri e strani mostri neri e senza volto venivano a farle visita durante la notte. L’aveva detto agli uomini in camice bianco ma loro erano ciechi, non vedevano nulla. La rabbia saliva ed era più di quanta ne potesse sopportare. Seduta nel suo solito angolo con le unghie spezzate e il sangue gocciolante dalle dita e dalla parete alzò la mano al soffitto piegando indietro il mignolo e l’anulare modi pistola. Poi abbassò il pollice come fosse un grilletto e sussurrò:”Bem…”
E il suo Dio morì per lei in quel momento.
Rimase li per un po’ con il braccio alzato verso l’alto pensando che se lassù davvero ci fosse stato un Dio così forte e potente lei non sarebbe stata li. Pensò anche che se Dio era buono lei avrebbe potuto volare via libera con quel passerotto del 12 settembre. Ma per quanti sforzi potessero fare loro per amarlo lui non li accettava. I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole e non li vorrà mai. Abbassò la mano ma senza chiuderla e si puntò le due dita in testa.
“Bem…”
Anita morì per sé stessa in quel momento. Uscì e andò nella sala comune: una grossa stanza in cui una volta a settimana il parroco veniva a far loro visita. I muri rovinati, il soffitto basso… Attraversò i corridoi e giunse di fronte alla grossa porta metallica al di là della quale era stata una volta sola. In giro non c’era nessuno, afferrò la maniglia e l’aprì passando dall’altra parte. Le lampade a led davano fastidio agli occhi. Attraversò un altro corridoio e si trovò nella lavanderia… Così tante lenzuola per così tante persone, tutti chiusi dietro una finestra con un vetro troppo spesso. Prese dalla tasca della camicia da notte color panna un fiammifero e lo accese gettandolo sopra le lenzuola e le coperte che subito presero fuoco. Un rumore assordante non le lasciò il tempo di contemplare ciò che stava facendo. Corse via, il suo esile corpicino era attraversato da scariche di adrenalina. In ogni stanza in cui entrava gettava un fiammifero e il rumore degli allarmi mescolato alle grida di panico e al sapore di lacrime aumentava. Nessuno avrebbe fatto in tempo ad uscire. Rallentò e tornò in camera sua camminano in mezzo al fumo con gli occhi lucidi. Si sedette sul letto e fra grida e fiamme mentre l’ultimo fiammifero veniva accesso si sentì una voce di bambina bisbigliare:”E se tu, Dio, davvero esisti, spero che questo fumo arrivi ai tuoi occhi così piangerai per noi che per te abbiamo pianto troppo.”

Racconto di Alma Di Bello III UE

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