La felicità è ormai quasi esclusivamente intesa come la soddisfazione di ogni desiderio e bisogno in modo immediato. L’arte della vita, però, non prevede il disimpegno dell’individuo nel vivere: per raggiungere le proprie mete bisogna faticare e lottare, tenendo ben presente che non si realizzeranno mai tutte. Perciò la felicità sembra non esistere e il dubbio che ci si deve porre è relativo a cosa possa rendere l’uomo davvero felice.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. La Costituzione italiana mette bene in luce questo principio, eppure le discriminazioni sociali per sesso, razza, religione e opinioni politiche sono ancora diffuse e si esprimono in una dura “legge sociale” che limita la dignità, la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Viviamo circondati da persone che giudicano e discriminano, rendendo l’individuo schiavo di costrizioni sociali che gli impediscono non solo il raggiungimento della felicità, ma anche il pieno sviluppo di sé come persona umana che, come tale, deve poter essere libera perché la libertà sta alla base della dignità e senza di essa l’uomo non realizzerà mai la propria essenza e creatività.

La creatività dell’uomo deve trovare modo di esprimersi nello scegliere obiettivi difficili da raggiungere. Qualora si proponga mete troppo alla sua portata, l’individuo non si sentirà mai realmente appagato e la sua sarà una vittoria fin troppo semplice, che non porterà alla felicità. Per essere felici di aver vinto una sfida, bisogna sforzarsi con fatica e duro lavoro, in modo tale che, anche se non si riesce nell’impresa, si possa comunque essere fieri del proprio impegno. Perciò l’individuo vede nella propria autorealizzazione il culmine di sé stesso: la massima felicità a cui poter aspirare. La vita è come un’opera d’arte e deve essere vissuta come ogni artista vive la sua arte: tentando l’impossibile, osserva Z. Bauman. Certamente ciò non è facile. Infatti, oltre ai numerosi ostacoli posti dalla società, un altro fattore che caratterizza la vita umana è l’incertezza. Nessuno può sfuggirle o tentare di vincerla perché nel mondo non c’è nulla di certo. La speranza di evitarla coincide con la felicità che, per questo, sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi.

Ognuno si dichiara soddisfatto in relazione a ciò che può realisticamente ottenere Nel corso del tempo le aspettative cambiano e crescono sempre più in modo direttamente proporzionale all’aumentare dei desideri. Di conseguenza una felicità autentica e totale diventa impossibile da raggiungere. L’uomo è portato a volere sempre di più, dimenticando i suoi successi e le soddisfazioni conquistate, ritenendosi, così, sempre infelice. Molti sono i casi di depressione e di suicidi anche all’interno di società in cui si registra un alto tasso di benessere. Che questo benessere sia solo apparente anche nelle società moderne? O forse è l’individuo che non riesce a essere grato a ciò che ha e degrada in un vittimismo per cui nulla renderebbe felici? Indubbiamente, nel corso del tempo, le società hanno fatto enormi passi nel progresso e nel raggiungimento del benessere, anche se quest’ultimo sta ormai convergendo verso una forma di malessere sociale per cui l’individuo si sente sempre meno realizzato ed escluso dalla società. Questo isolamento progressivo e il sentirsi sradicati dal tessuto sociale sembra rendere impossibile la felicità dell’uomo moderno.

La natura umana non permetterà mai a nessuno di giungere ad una felicità assoluta perché la persona è sempre in divenire e i suoi sentimenti cambiano con il passare del tempo e in base alla società che la ospita. Probabilmente l’unico modo per essere felici è non ricercare la felicità in modo ossessivo e spasmodico per evitare che essa ci passi davanti senza accorgercene. Si sa che l’uomo, essere pensante e razionale, non è una creatura capace di accontentarsi e godere di ciò che ha ed è per questo che la felicità è un miraggio lontano.

Chiara Zabellan, Classe IVUE

 

 

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