Eravamo nel corso di una lezione a scuola e ci addormentammo stanche sul libro di Dante. Pensavamo di esserci risvegliate, ma in realtà stavamo sognando: ci trovavamo in un luogo a noi sconosciuto. Avanzammo guardinghe e incuriosite; ci trovavamo su una spiaggia solitaria, il mare ondeggiava tranquillo. Il sole stava lentamente sorgendo, il panorama era mozzafiato. Tu alzasti lo sguardo verso il cielo e mi facesti notare che si vedeva Venere, accanto a lei quattro stelle brillavano più delle altre nel firmamento. All’improvviso sentimmo belare. Ci voltammo di scatto verso il mare: a bordo di una barchetta si stava dirigendo verso la spiaggia un gregge di pecore. Aspettammo ansiose che approdassero sulla spiaggia, poi, sapendo inconsciamente che erano in grado di parlare, chiedemmo loro quale fosse il posto in cui ci trovavamo: ”il purgatorio” risposero. E così, all’improvviso ci tornarono a mente gli insegnamenti della prof Grignola…Virgilio, Dante, il lungo viaggio verso la redenzione.

Quella era un’occasione imperdibile e, sapendo in che luogo mistico e mitico ci trovavamo, partimmo subito in esplorazione. Giungemmo in una sorta di prateria dove l’erba era bagnata dalla rugiada. Avevamo appena fatto l’ora di ginnastica e chissà perché anche nel sogno il nostro odore non era dei migliori. Con l’acqua della rugiada, di colpo silenziose, ci sciacquammo con lentezza, quasi come se fossimo nel mezzo di una cerimonia. Volevamo sentirci in sintonia con la natura e cosi, decidemmo di crearci dei cinturini con i rami dei giunchi li presenti, che miracolosamente ricrebbero immediatamente dopo esser stati sradicati. Eravamo ai piedi di un’alta ripa, volevamo scalarla per continuare il nostro tour, ma la salita era troppo ripida e non trovavamo appigli. Allora fummo costrette ad avvicinarci di nuovo alle pecore belanti e a chieder loro: “qual è la strada per ascendere ai piani più alti?”. Non lo sapevano. Camminammo con il gregge per alcuni minuti finché finalmente assieme a loro trovammo una via per salire. Rischiammo spesso di scivolare, di farci male, ma imperterrite continuammo ad avanzare; avevamo un obiettivo: arrivare in paradiso. La scalata fu lunga, faticosa, sembrava quasi che quella sorta di montagna fosse strutturalmente suddivisa in balze perché regolarmente incontravamo anime con diverse pene da espiare. Arrivate al terzo balzo però, poco prima del tramonto, ci imbattemmo in una splendida valletta fiorita dagli sgargianti colori e da cui si effondeva un gradevolissimo profumo. “Non possiamo attardarci però! Abbiamo un luogo preciso da raggiungere.” “Ma perché queste pecore continuano a belare!” urlai io disperata, tu ridesti. Oltrepassata la valletta fiorita, le pecore ci fecero notare che in realtà il vero purgatorio aveva inizio proprio in quel momento. Entrammo attraverso una solenne porta, eravamo nella prima cornice. Ci sentivamo come due turiste giapponesi all’interno della Galleria degli Uffizi. “Peccato che non abbiamo la fotocamera!” Tutt’intorno c’erano rappresentazioni di episodi di superbia punita: migliaia di anime strisciavano intimidite e a terra e venivano continuamente messe in ridicolo. Subentrate nella seconda cornice, il nostro passo cominciò a diventare sempre più veloce. Stare in mezzo agli invidiosi ci creò un certo imbarazzo. Infatti, sentimmo diversi commenti spregevoli sotto voce e i nostri vestiti venivano continuamente afferrati da tutte le parti. Eravamo ormai arrivate alla quarta cornice. La notte era calata e assieme alle pecorelle, diventate nostre compagne di viaggio , ci fermammo osservando quel cielo che prima ci aveva colpito tanto. Passata la notte, all’alba, ricominciò il nostro incredibile viaggio. Arrivate tra la quinta e la sesta cornice, trovammo un albero dai frutti profumati: esso è più stretto alla base e più largo in alto; sarebbe stato tutto splendido se solo una voce strana non avesse continuato ad urlare esempi di tolleranza. In seguito, inorridite dall’anoressia delle anime dei golosi nella sesta cornice, corremmo a più non posso. Avevamo superato anche la settima cornice. Non ci facevamo impressionare dalle anime che incontravamo, Il tempo era poco e non sapevamo quando ci saremmo risvegliate. Era nel frattempo passato un altro giorno. Ricominciato il viaggio di mattina, scorgemmo l’Eden. A separarci dal giardino eterno c’erano due fiumi: il Lete e l’Eunoè. Sembrava d’essere in uno di quei racconti sull’età dell’oro a ben vedere: fiori, natura rigogliosa, colori nitidi e splendidi. Studiare Virgilio si era rivelato parecchio utile. Dovevamo solo attraversare quel fiume per raggiungere il nostro scopo, ma una voce perentoria e severa ci chiamò per più e più volte. Uno scossone fece fremere i nostri corpi vivi e la nostra visione cominciò a perdere di nitidezza. Quella voce così lontana, ma così insistente cancellò sempre di più le nostre speranze di vedere il paradiso. Ci risvegliammo in classe, le nostre compagne ci guardavano ridendo, la prof invece ci sgridò arrabbiata. Noi ci guardammo per degli istanti e sorridemmo. Loro non potevano immaginare quello che avevamo vissuto…

Sara Bergamin e Hanna IJarikari, Classe IVUE

 

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