Niente di nuovo sotto il sole. Anzi, la situazione va inesorabilmente aggravandosi. Le ultime generazioni devono ritenersi molto fortunate: sono nate in democrazia (ad eccezione di realtà come molti paesi africani, o come la Corea del Nord, caratterizzata da feroci regimi) e, come dice la parola stessa, di derivazione greca, detengono il potere in nome dell’intero popolo a differenza di tirannidi e dittature totalitarie che destinano “l’arte di governare lo Stato”, cioè la gestione politica, a pochi o perfino a una sola persona. I fatti, però, riserbano grandi sorprese: oggi, in Italia, si registra il più alto tasso di corruzione d’Europa, secondo solo ai già citati paesi che prima, si definivano “sottosviluppati”, mentre ora il termine è ritenuto offensivo, e si preferisce utilizzare l’epiteto “in via di sviluppo”.

Storicamente, la politica in Italia non è mai stata immacolata. Già nel periodo dell’antico impero romano i potenti personaggi politici assoldavano, per così dire, clienti al loro servizio. La parola latina “cliens”, definiva, infatti, colui che volontariamente si asserviva a un uomo dalla grande statura politica, garantendogli propaganda in cambio di favori e protezione. Sappiamo che nel Medioevo la musica non è cambiata più di tanto. Dante, per esempio, scrisse la Commedia anche per condannare l’indecenza degli uomini di potere al comando di Firenze che, come lui, avevano smarrito la “diritta via”, disorientati dall’avidità. La situazione, a quel tempo, provocò inoltre molteplici scontri violenti che finirono per esiliare dalla città gli sconfitti come Dante. Le fondamenta, dunque, non sono esattamente di cemento armato, al contrario, sono di fango cedevole e inconsistente.

La differenza tra quegli anni e i nostri è riconoscibile principalmente nei modi: il potere, ora, non si ottiene più con violenze fisiche ed eclatanti, ma psicologiche, celate sotto l’ideale “gradevole” di democrazia. Da qualche decennio a questa parte, infatti, nel nostro paese non sono stati riscontrati roboanti movimenti di protesta popolare, perché il potere ha imparato a gestirli: la massa è stata resa innocua soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione. Questi ultimi, in democrazia, dovrebbero essere liberi da “odori” clientelari che ricordano l’antica Roma; invece, sono gestiti quasi interamente dai governi, che nascondono i problemi maggiori ed esaltano piccolezze atte ad addormentare il popolo e ad attutire la caduta nel baratro di un’intera nazione, con interventi “fazzoletto” che asciugano le lacrime dei cittadini. Esasperandola, questa situazione ricorda, neanche troppo vagamente, la società immaginata da George Orwell nel suo distopico “1984”, in cui le televisioni inventano statistiche rassicuranti, soffocando qualsiasi tensione popolare. I principali canali televisivi, oggi, sono condotti da persone che gestiscono anche la politica, e che li amministrano a proprio piacimento.

Pier Paolo Pasolini, uomo di grande cultura, profetizzava già prima del 1975, anno della sua morte, che la televisione avrebbe estinto gli ardori del popolo. Questa situazione ha provocato il venir meno della meritocrazia: i corrotti permettono ai loro “lacchè” di entrare a far parte della gestione amministrativa; un esempio lapalissiano e gravissimo è quello di partiti nati grazie alla propaganda persino della mafia, che, da buon cliente, ha fatto proteggere i propri esponenti, criminali che gestivano, così, in libertà, i loro traffici illegali. La criminalità organizzata, in cambio, garantiva inoltre la cessazione della stagione delle grandi stragi e delle bombe.

Si può dire dunque che, dall’impero romano fino al Medioevo e oggi è cambiato poco o nulla; differenti sono solo le modalità di gestione del potere, che ora si imbelletta di democrazia, ma in realtà è un incontrastato predominio, quasi una dittatura che qualcuno ha definito “un mostro mite” e che adesso non fa più uccidere i suoi detrattori in modo tumultuoso, ma spegne con dolcezza le loro idee.

Lorenzo Vernice, Classe IIILA

 

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