UnknownZigulì è la trasposizione teatrale dell’omonimo romanzo di Massimiliano Verga che, sotto forma di diario personale, descrive il rapporto fra un padre e il figlio autistico.

Lo spettacolo prende il via tra palloncini, giocattoli, torte e candeline: è il compleanno di un bambino e in questo clima apparentemente festoso, l’attore e unico protagonista, Francesco Colella, esterna i suoi sentimenti, le sue inquietudini, riguardo al rapporto-non rapporto con il figlio, cieco ed autistico. Sebbene con l’avanzare degli anni la consapevolezza delle condizioni del figlio sia stata chiarita dai rapporti medici, nella mente del padre le preoccupazioni aumentano. Alle paure tipiche di ogni figura genitoriale, si aggiunge la rabbia che deriva dall’impotenza, dall’affievolirsi della speranza iniziale che alimentava il cuore del genitore e la frustrazione, frutto degli sguardi deplorevoli dei passanti. Animati da questi sentimenti, padre e figlio si chiudono come in una bolla, estraniandosi dalla realtà e cercano di individuare nel loro rapporto un espediente per essere sulla stessa linea d’onda: la musica. Quest’ultima agita il bambino ed esorcizza da pensieri angosciosi il padre, trasformando la casa in un campo di battaglia: morsi, graffi, danze e le immancabili sbavate che, sebbene possano creare ribrezzo, rappresentano il nesso intimo che lega i due indissolubilmente.

La rappresentazione teatrale si sofferma sul tema dell’impenetrabilità del cervello del figlio paragonato alla mole di una zigulì, una caramella zuccherata, in confronto alle dimensioni della mente del padre, ma se ne può evincere anche un ribaltamento delle condizioni apparenti: il padre, piccolo e impotente in confronto alla particolarità e alla immensa profondità del bambino. Ciò suscita nel genitore una sorta di contemplazione quasi divina per la propria creatura, permette di superare ogni paura e di protendersi verso di lui come se fosse il centro del proprio universo. L’autore, paragona suo figlio a un ramo lavorato attentamente con il coltello: ci si dedica ad eliminare la sporcizia, ma in fondo si cercano, accarezzando le impurità, i nodi della corteccia, si crede di far uscire l’essenziale. Il padre afferma che senza quest’attività non potrebbe vivere perchè si sentirebbe spoglio, vuoto.

La sceneggiatura non termina con un lieto fine, non ci rapisce per mostrarci un mondo altro, semmai ci conquista per la sua cruda realtà. L’autore si sofferma sul cammino che compie con il figlio, sui traguardi raggiunti, e in quest’ analisi del particolare viene meno l’interesse verso ciò che potrebbe essere la fine del percorso. L’immagine finale è quella di un padre che cammina su un campo di margherite, curandosi di non calpestarle: l’insegnamento del figlio è prestare attenzione a dove mettere i piedi.

Alessia Rullo Classe IVUE