2320348263_e0100f6e17La solitudine è l’antro più desolato del cuore, ma anche il più affascinante. Per molti è sinonimo di tristezza, disperazione e sofferenza. Eppure, credo che anche restare da soli abbia la sua utilità. Basta pensare a quanti artisti hanno tratto ispirazione dai loro periodi più bui, come Van Gogh o Francesco Petrarca. D’altro canto, la solitudine non può di certo essere apprezzata da noi “animali sociali”. La solitudine ci induce a pensare, ovvero a ritornare su pensieri di poco conto, che vengono spesso ingigantiti dalla nostra mente. Restando soli lavoriamo di fantasia, che, se sfruttata nel modo giusto, può tramutarsi in qualcosa di sensazionale.

Prima di essersi tagliato un orecchio e di finire in manicomio, Vincent Van Gogh realizzò la maggior parte delle sue opere più celebri durante i suoi ultimi anni di vita, nonché i più drammatici. Il pittore dei girasoli e delle notti stellate, infatti, oltre a soffrire di numerose malattie psichiche, era estremamente solo, faticando a stabilire un rapporto con gli altri. Eppure, considerando la fama e il successo riscossi in seguito, si può dire che l’artista abbia potuto trarre vantaggio da questa condizione. Sebbene per Van Gogh la pittura sia stata una medicina contro la solitudine, talvolta siamo noi a volerla cercare, per poterci rifugiare nel nostro io.

Per Petrarca, ad esempio, la solitudine era un sentimento da preservare, se non da compiacere. Nel sonetto “Solo et pensoso i più deserti campi” emerge chiaramente l’interiorità travagliata e turbata dall’autore, che trova pace isolandosi dal mondo, tuffandosi alla scoperta dei suoi sentimenti.

“Ma pur sì aspre vie né si selvagge/cercar non so”… che la solitudine non venga sempre parlando con me e io con lei.

Leonardo Capobianco, Classe IIILA

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