Ambientato nei decenni che precedono lo scoppio della Prima Guerra mondiale, il romanzo di A.S. Byatt Il libro dei bambini esprime le tensioni che sotto una superficie tranquilla investono la vita di più famiglie, ritratte da un intreccio complesso che segue la vita dei loro componenti. L’opera ha il merito di coniugare realismo e finzione. E per quest’ultima non s’intende la tradizionale fiction che fa di un romanzo quello che è, quanto piuttosto la finzione tipica dei racconti di fiabe per i quali, da un pubblico bambino, ci si attende al massimo grado la “sospensione dell’incredulità”.

Il libro dei bambini non parla ai bambini, ma dei bambini, descrive il loro mondo alle prese con l’universo degli adulti che, nel pubblico, mostrano aperture progressiste (i grandi del libro sostengono la società Fabiana, il movimento anarchico, a parole credono in una nuova morale), ma, nel privato, difendono il conformismo che come una malattia impregna di sé l’Inghilterra che pure è uscita dall’età vittoriana. Gli adulti sono nel romanzo sostenitori dell’arte e mecenati dell’espressione artistica, ma sembrano vivere quest’ultima come qualcosa di distaccato dalla vita vera, quella che si compie nelle loro stanze da letto.

Non è facile per i bambini che affollano la storia distinguere chiaramente i confini tra i due mondi: ai loro occhi ingenui non c’è molta differenza tra la realtà inventata dalle fiabe di Olive Wellwood, scrittrice di successo, trasfigurata dai vasi osceni del ceramista Benedict Fludd o ricreata dalle verosimili marionette di Anselm Stern e la verità di una vita che solo con il tempo si rivelerà molto diversa. Insomma Tom e gli altri, compresa la realistica Dorothy che nei corpi dissezionati e nella carriera della donna medico troverà la sua strada, credono che la Casa dell’albero in cui trovano rifugio sia tanto vera quanto Todefright, la casa di campagna dove vivono. La dispensa, serrata da chiavi nascoste, che cela le indicibili sculture del vasaio folle, è un luogo non altrettanto confortevole, ma comunque un rifugio della coscienza torbida del suo inventore. Tom e Fludd, non è un caso, faranno la stessa fine, trascinati via da una corrente cui non opporranno resistenza perché non vogliono farlo. Ma questo accadrà quando la volontà di “sospendere l’incredulità” verrà meno, quando gli eventi della vita dimostreranno che quest’ultima non può essere confusa con l’arte, perché della vita l’arte è semplicemente una manifestazione.

È interessante osservare come in alcune pagine della Byatt si aggiri il fantasma di Oscar Wilde, condannato all’esilio francese per via della sua critica dissacrante al conformismo. Ebbene, nel romanzo Wilde non è affatto il mito letterario tanto osannato dalle età successive, ha piuttosto l’aspetto del poveraccio, quasi che nella trascuratezza della persona porti impressi i segni del fallimento del suo credo ne “l’arte per l’arte”. In questa direzione la critica mossa dal Libro dei bambini ai miti dell’età del Decadentismo, e in primo luogo all’estetismo, è dissacrante e, a tratti, persino ironica. Troppo facilmente gli adulti nel romanzo cedono al fascino del proprio personaggio e su tutti suona caricaturale la figura di Herbert Methley, il libero pensatore, il fautore dell’amore libero che mette in pratica le sue teorie seducendo l’attempata Olive e giovani vergini che popoleranno il mondo di figli dal padre innominabile. D’altro canto mettere al mondo figli da donne diverse sembra essere il passatempo preferito anche da Humphry, il marito di Olive e forse non è un caso che le favole di lei ignorino la figura paterna, quasi che il compito dei padri nell’educazione sia del tutto ininfluente.

Il movimento delle suffragette che tanto entusiasmo suscita nei personaggi femminili al punto da indurre Hedda ad un atto di vandalismo “dimostrativo” e poi lo scoppio della Prima Guerra mondiale inducono  donne e uomini a schierarsi. Le occasioni sono propizie per ribellarsi al mondo dei padri: i bambini sono diventati adulti e vogliono abbattere il vecchio ordine, per questo sono disposti a sacrificare la loro vita. Non sarà facile per loro scoprire come la realtà sia diversa da quella su cui avevano fantasticato. Su alcuni di loro ha gioco forza la necessità di partire, ma per altri la scelta del conflitto è il modo che loro si offre per misurarsi finalmente con il mondo.

E tuttavia l’universo delle trincee, lo stare come topi in attesa della carneficina svela un mondo che non è molto diverso da quello di Tom sottoterra, la favola che Olive ha dedicato al figlio prediletto e che ne ha inaspettatamente causato la morte. Sotto terra Julian Cain, il figlio del maggiore Prosper, trova accatastato tra armi, conserve e divise una copia delle fiabe dei Grimm che recherà in dono a sua sorella Griselda. Ma quello che veramente Julian scopre nelle viscere della terra è l’importanza di dare un nome alle cose perché queste abbiano un senso.

Proprio le ultime pagine del romanzo, quelle in cui si riannodano i fili di una storia complessa, vedono protagonista la poesia. Chiamata alle armi di Julian Cain è un lungo “catalogo” dei nomi che i soldati diedero alle buche in cui stavano rintanati: bisogna dare un nome a tutto perchè il “c’era una volta” delle fiabe si coniughi con il vero. Dell’orrore può esserci memoria solo se chi torna saprà nominarlo, d’altra parte dare un nome alle cose è prerogativa del bambino che le vede per la prima volta.

Antonella Grignola