Qualcuno potrebbe domandarsi “Ma cosa c’entra l’horror con la psicologia?” Gli risponderei così: “Tutto!” Un film dell’horror se riesce a farvi paura è solo perché i registi, i tecnici degli effetti speciali, i compositori di colonne sonore e gli sceneggiatori hanno giocato su dei principi che generano nell’essere umano la paura. La varietà degli argomenti della psicologia applicata ai film dell’orrore è molto vasta, per questo ho scelto di sviluppare questo argomento in due articoli.

Prima di tutto cos’è la paura? La paura è una delle emozioni primarie, generata quando il nostro organismo si sente minacciato da qualcosa di interno o di esterno. La paura crea nel nostro organismo una serie di effetti, tutti indotti per azione dell’ipotalamo tramite gli ormoni che immette nel nostro corpo: l’adrenalina si diffonde nel corpo, la schiena e la testa si contraggono per assorbire un impatto o un attacco, le pupille si dilatano, buona parte del sangue si concentra nelle gambe o nelle braccia – dipende se alla paura è mista la rabbia -, la digestione si blocca per concentrare le energie negli organi vitali e ovviamente il cuore comincia a battere con più forza.

Potrei anche descrivere le macro e microespressioni descritte da Paul Ekman sulla paura, ma non è quello di cui voglio parlarvi. Ora pensiamo a un comune film dell’orrore, immaginiamo di vedere una scena di una ragazza, sola nel bosco di notte, che porta con sé una torcia quasi scarica. Noi sentiamo solo il suo respiro affannato e il suo battito cardiaco molto agitato e vediamo sullo schermo una grande oscurità. Indubbiamente proveremo un senso di paura ed ansia, di diversa intensità a seconda della nostra personalità, causate da ciò che si chiama empatia o immedesimazione. In poche parole, quando guardiamo un film dell’orrore, ci immedesimiamo nel protagonista e difficilmente accade di immedesimarci nell’antagonista perché compare di rado o lo si percepisce come “invisibile”. L’empatia è il cardine di ogni film dell’orrore che voglia incutervi paura, se manca, non potete provare paura. Quando ci immedesimiamo in un personaggio, adottiamo diversi atteggiamenti riferiti alla paura: ci rannicchiamo su noi stessi, in tal modo stiamo proteggendo  i nostri organi vitali, oppure ci paralizziamo, adottando qualcosa di simile a quella che gli etologi chiamano tanatosi, un comportamento animale che consiste nel fingere di essere morti e allontanare i predatori non interessati ad una carcassa. Un’altra reazione curiosa è quella di ridere dopo aver preso uno spavento o scherzare con un amico. Immaginiamo di assistere alla scena, che ho descritto prima, con degli amici, all’improvviso spunta di fronte alla ragazza un fantoccio inquietante, l’apparizione è così rapida che si spaventano sia la ragazza sia gli amici. Quando tutti capiscono che è solo un fantoccio finto, qualcuno si mette a ridere. Quella risata serve a ripristinare la tranquillità, a interrompere per un attimo il processo dell’empatia e a rendersi conto che il nostro mondo non è quello del film. Tuttavia empatia e suggestione, quando si tratta della paura, creano uno strano effetto, indipendentemente da come è finito il film, ci sentiamo a disagio a muoverci persino nella nostra stessa casa con il terrore che un mostro possa sbucare da un momento all’altro da sotto il letto o dietro la porta del bagno. Ciò accade perché abbiamo subito un iter di emozioni e processi fisiologici che il nostro cervello ha registrato e subito, è per questo motivo che rimaniamo all’erta.

Concludendo, potremmo giungere alla conclusione che l’empatia sia l’ingrediente essenziale di ogni film dell’orrore. Nel prossimo articolo parlerò dei personaggi e delle situazioni dei film dell’orrore.

Giorgio Longhi, classe IIIUD