La civiltà egizia è una gemma splendente, incastonata per volontà degli dei, in una terra dominata da aridi deserti, da vette irraggiungibili e dal grande fiume Nilo che la rende solenne, nobile e grandiosa.

Mi chiamo Taita e abito nella stupenda Tebe. Sono un umile schiavo, dotato però di una curiosità illimitata e di un grande ingegno.

Il mio padrone è il Gran Visir e abita dunque nel palazzo reale. Sono il più anziano della compagnia di schiavi del mio nobile Signore e vengo apprezzato da tutti perché sono medico e artista, musico e scriba, architetto e contabile, consigliere e confidente, ingegnere e balia di sua figlia.

Con gli anni la mia bellezza fisica non è andata perduta, anzi, è diventata più evidente.

La mia carnagione è scura, ho i capelli lisci e lunghi, che porto sempre legati a treccia. La nuova moda di truccarsi con l’hennè, venuta in uso tra i nobili rende i miei occhi ancora più profondi.

Oggi il mio nobile padrone vuole che predica il suo futuro, per vedere se la sua dinastia sopravviverà. Ciò comporta un consumo di energia e mi lascia svuotato ed esausto.

Mi sono alzato prima dell’alba oppresso da un senso di timore. Anche l’abituale nuotata nelle acque del Nilo non è servita ad alleviare la mia paura.

Mi sono profumato e pettinato i capelli, ho indossato una tunica di lino inamidata, legata in vita da una fascia di corda e ho calzato ai piedi sandali di cuoio. Sono andato da Lui con il cuore in subbuglio. Mi sono seduto ai suoi piedi preparandomi un miscuglio di erbe necessarie per aprire gli occhi dell’anima e per permettere di guardare nel futuro.

Ho bevuto la pozione e ho atteso fino a quando sono stato assalito dalla sensazione di uscire dal mio corpo.

Ecco il panico che sentivo questa mattina, non sono più nella mia città.

Dove sono capitato?

Non è il mio palazzo, è un posto enorme pieno di gente vestita in maniera strana e tutta colorata che mi guarda come se fossi malato. Hanno i capelli colorati e continuano a parlare in una lingua incomprensibile. Provo a chiedere dove mi trovo ma tutti mi ridono in faccia.

Hanno in mano sacchetti e mangiano cibi mai visti.

Inizio a correre senza sapere dove andare e all’improvviso sento dei rumori. Mi volto e rimango affascinato da come riescano a muoversi delle scatole colorate con delle ruote perfette. Io non avrei saputo fare di meglio. Un uomo in mezzo alla strada muove le mani in modo strano.

Una di queste scatole inizia a produrre uno strano rumore e mi colpisce. Sento un male tremendo alla testa e quando mi risveglio sono di nuovo a casa…

Grazie dolce Horus, per avermi riportato a Tebe. Quando il mio Padrone mi chiede cosa ho visto, io gli rispondo: “Il futuro, ma è una cosa spaventosa!”.

Beatrice Oppido Classe IOA

 

E’ un giorno di sole a Tebe e il Nilo, che si snoda lento nel deserto, è luminoso come una colata di metallo fuso.

Decidiamo di andare a caccia di ippopotami e sulla barca, saliamo io, Lostris, che mi siedo a prua insieme alle mie due schiave; Tanus, un ufficiale appartenente alle guardie reali del faraone, mio padre, che si siede a prua; e i guerrieri sulle panche dei rematori.

Ho quattordici anni, la mia pelle ha il colore del legno dei cedri, al momento indosso solo una tunica di lino sbiancato, fresco e candido.

I miei capelli, raccolti in una treccia laterale, sembrano una grossa corda scura. Ho gli occhi verdi di taglio obliquo  e le palpebre superiori sono pitturate con polvere verde argentea di malachita. Tra i seni, appesa a una catena d’oro, ho un’immagine di Hapi, la dea del Nilo, scolpita in oro lapislazzulato.

All’improvviso Tanus alza la mano destra chiusa a pugno. All’unisono, i rematori smettono di vogare, tenendo sospese in aria le pale. Tanus ha avvistato un ippopotamo, afferra l’arco e dà inizio alla caccia. Le acque iniziano a vorticare; un enorme ippopotamo è esattamente sotto la nostra imbarcazione.

All’improvviso l’ippopotamo emerge davanti a noi ed esala dai polmoni una grande nube di vapore fetido. Il suo dorso colpisce la nostra barca e io cado in acqua e sbatto la testa contro una pietra del fondale.

Al mio risveglio… Osiride salvami, dove sono capitata? Non sono più nella mia Tebe, sono in un posto allucinante.

Mi trovo su una grande barca con due uomini, vestiti in modo strano, che continuano a parlare una lingua che non conosco. La barca è magica, non ha neanche bisogno dei rematori per navigare!

Mi trasportano fino a riva e mi lasciano da sola e impaurita sulla terraferma. Una volta allontanati inizio a camminare, devo uscire da questo posto, ma non so dove andare.

Percorro una piccola stradina e mi ritrovo in una strada molto strana. Passano tante scatole di ferro colorate che vanno troppo veloci, ma come fanno??       Ci sono persone che mi fissano con aria perplessa e vestite in modo strano e colorato. Non riesco a trovare nessuno che mi assomigli, ho fame, ma non trovo alcun mercato dove poter barattare del cibo.

Le persone escono da un edificio con in mano strani oggetti bianchi, contenenti cibo; allora mi faccio coraggio ed entro anche io.

Una magia fa aprire da sola una barriera trasparente davanti a me, permettendomi di entrare.

All’interno ci sono tante cose colorate, scatole e vasi sollevate su dei ripiani. Seguo l’odore di pane appena sfornato, ma non ho niente da barattare per un pezzo di pane,  allora mi tolgo la collana che ho al collo e la offro all’uomo davanti a me, il quale inizia a ridere. Per farmi capire come poterlo prendere, fa passare una signora, la quale dà in cambio solo alcuni alcuni biglietti di carta colorata. Aiuto!! Mi metto a piangere e scappo fuori.

Voglio tornare nella mia dolce Tebe e perciò ripercorro la strada a ritroso. Mi ributto dentro quelle acque che mi hanno portata in quest’incubo e…

Mi sento schiaffeggiare!! Apro gli occhi e mi ritrovo sulle sponde del Nilo, con a fianco le mie due ancelle e il mio adorato Tanus.

Era solo un incubo, finalmente sono ritornata a casa!!!

Carlotta Oppido Classe IOA

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