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Il nostro aereo parte alle 12.00. L’agitazione inizia a farsi sentire. L’attesa è stata lunga ma, dopo vari incontri con la Scuola dei Diritti Umani e con l’associazione “I bambini di Ornella”, siamo pronte a partire. Ci siamo noi tre (Martina, Alessandra e Anna)  con Francesco e le nostre due accompagnatrici, Paola e Daniela. Salutiamo i parenti e, con le nostre dodici valigie, ci avviamo verso il check in. Passiamo. Ormai non si torna indietro. Abbiamo tutto: biglietto aereo, bagagli, passaporto, zaino, borsa, tutto. Le emozioni fanno da padrona in questa situazione. Stiamo per andare al gate quando scopriamo che il volo è in ritardo di un’ora e mezza. Ci accampiamo come riusciamo nell’affollatissimo aereoporto di Malpensa e iniziamo a conoscerci.

Prima di allora ci siamo incontrati solo una volta, per recuperare il materiale scolastico da portare giù e dividercelo tra di noi. Scopriamo subito che siamo un bel gruppo e che stiamo affrontando questo viaggio ognuno per motivi diversi. Negli occhi si legge anche il timore di trovare un ambiente estremamente difficile e di non riuscir a reggere. E’ un pensiero che più volte frulla in testa “e se rimango impressionata e voglio tornare a casa? la realtà senegalese è molto diversa dalla nostra, se non riesco ad adattarmi?”, prendere un aereo e tornare a casa subito non sarebbe stato così facile. Ci facciamo forza l’un l’altro, anche se il primo giorno. Ognuno sta un po’ sulle sue. Saliamo a Malpensa e dopo 2 ore atterriamo ad Algeri. Si riparte, direzione Dakar. Scendiamo dall’aereo a mezzanotte passata, dopo 5 ore di volo e due fusi orari diversi. L’aria è diversa, si sente subito.

Seguono una serie di controlli per il visto (nuova normativa introdotta il 1° luglio). Ci scattano fotografie e prendono le impronte. Il nostro francesce non è ottimo, ma riusciamo a intenderci e a rispondere ad alcune domande. “Sei già sposata?” Che domanda è? Che senso ha qui e adesso? Tutti cercano di trovarti marito. Si avverte che la cultura è diversa, le domande sono molte ma nessuno risulta essere invadente. Usciamo dall’aereoporto e troviamo Severino, il fondatore e l’anima dell’associazione. Felicissimo ci accoglie a braccia aperte, ma non riesce a trattenere lo stupore delle 12 valige. “Ma cosa vi siete portati dietro? tutta l’Italia?” In realtà lì dentro c’era il materiale per il centro e per i bambini, noi avevamo giusto qualche vestito. Non era quello l’importante. La cosa fondamentale che sin dall’inizio ha mosso i nostri animi è sempre stata l’idea di andare a dare una mano per migliorare quello che può essere migliorato. Alla SDU ci hanno sempre ripetuto che quando si fanno queste esperienze di volontariato in paesi così diversi dal nostro si deve partire con l’idea di imparare noi da loro e non di cambiare le loro abitudini, conformandole alle nostre. Guardandoci intorno capimmo che eravamo davvero pronte.

Un’altra ora di macchina, la stanchezza si fa sentire. Arriviamo a Kelle, il nostro villaggio. Andiamo subito da Daniel che ci ospita. A casa sua stiamo solo noi SDUisti. Abbiamo due camere matrimoniali, perfetto noi siamo in quattro. Ma noi siamo tre ragazze e un ragazzo e non si può dormire nella stessa stanza. Decidiamo di condividere un letto matrimoniale in tre. Forse è stato questo che ci ha legate tanto ma in ogni caso è stata davvero la nostra tortura. Il caldo di notte è insopportabile e il ventilatore rimane acceso costantemente fino alla mattina. Il sonno ci prende e crolliamo.

Ore 8.30 suona la sveglia. Andiamo al centro a far colazione. “Ciao ragazzi, volete pane e nutella?” Nutella? in Senegal la nutella? in realtà è Chocori. E’ bello trovare qualcosa che ci ricorda casa nostra ma allo stesso tempo fa sentire la sua novità. Abbiamo passato la mattinata in riunione, cercando di capire come funziona il centro e cosa ci aspettava nei prossimi giorni. E’ sabato e nel weekend il centro è chiuso perciò i bambini non ci sono. Scopriamo quali sono le attività del centro: ci sono diversi atelier. Creativo con Laura, lettura con Sara, Geografia con Marta e lezione con Baba. Non vediamo l’ora di scoprire cosa ci attende.. Nel frattempo ci godiamo la magnifica spiaggia! Sabbia chiara, mare bellissimo ma sempre agitato. Non appena vi mettiamo piede incontriamo tantissime persone. Alcuni bambini che vogliono giocare con noi, altri che scherzosamente ci chiamano “toubab” che significa bianco, pescatori, donne che cercano di venderci qualcosa. Mettersi in coostume e fare il bagno ci sembra ancora un po’ azardato, qui la cultura è piuttosto restrittiva e i bianchi non sono sempre ben visti, specialmente dai più anziani. Dopo un ottimo succo di mango e un bellissimo tramonto rosa torniamo a casa. Abbiamo bisogno di una doccia. Facciamo a gara per chi deve andare per primo. Un solo rubinetto, l’acqua calda qui non serve!

Rigenerati torniamo al centro a mangiare con gli altri volontari. Impariamo una bella tradizione che fa ci fa avvertire quanto sia importante per loro la condivisione. Si mangia tutti insieme da un unico piatto, ognuno ha la sua forchetta ma il piatto è uno, grande, posto al centro del tavolo. Si chiacchera, si ride e si scherza allegramente. Qui le persone sono belle, belle dentro. Hanno la gioia negli occhi, la felicità di chi aiuta gli altri e tutto ciò che fa lo fa sentire bene. Siamo pronte e cariche per una settimana intensa, vogliamo far parte anche noi di questa famiglia!

Martina Maspero, CLasse VPA

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