Il giorno 19 Aprile 2012 noi alunne della classe IV LB (Martina Cardini, Paola Marchini, Gaia Musi, Chiara Negretti, Alessandra Pini, Giulia Serino) ci siamo recate presso il liceo “Gioia” di Piacenza per partecipare ad un concorso di filosofia, sul tema “L’idea di nazione e il complesso rapporto tra nazione e stato”. La giornata si è così svolta: al mattino abbiamo esposto la nostra relazione, precedentemente elaborata, davanti ad una commissione filosofica, al pomeriggio abbiamo preso parte ad un dibattito con le altre squadre in gara. Il bilancio complessivo dell’esperienza è positivo poiché questa ci ha permesso di mettere alla prova le nostre capacità espositive e argomentative e di confrontarci con nostri coetanei provenienti da tutta l’Italia. Purtroppo le squadre che hanno avuto l’accesso alla fase successiva che si svolgerà a Faenza sono state altre due. Noi ci sentiamo comunque soddisfatte del lavoro svolto, che potete vedere di seguito, e del risultato finale.

Abbiamo appena finito di celebrare i 150 anni della nostra Nazione. Ma sappiamo veramente cosa s’intende con il termine “nazione”?

Tale sostantivo era usato al tempo dei Romani per indicare una collettività di indigeni che abitava un determinato territorio, infatti deriva dal latino natio, il cui primo significato è “nascita”. Tale vocabolo rappresenta soprattutto la spontaneità dovuta a fattori di ordine spirituale e naturale che determinano la coscienza di un’appartenenza ad uno stesso gruppo.

Viene successivamente usato indifferentemente per definire sia il vincolo etnico che il vincolo giuridico: infatti, per esempio, nelle università medioevali gli studenti erano suddivisi in gruppi in base alla loro appartenenza ad uno stesso luogo d’origine (natio italica, natio hispanica); inoltre, con il termine “nazioni” in passato si intendevano anche associazioni di mercanti aventi la stessa nazionalità e residenti in uno Stato estero per motivi di commercio.

Solo tra il XVIII e il XIX secolo si inizia ad usare il termine “nazione” nella sua accezione moderna, riferito cioè ad una comunità che è alla base di uno Stato. Nel Settecento, però, esso è associato sia all’idea di gruppo sia a quella generica di comunità politica o culturale.

Quali sono gli elementi caratterizzanti una Nazione? Autori diversi hanno indicato fattori differenti a seconda della loro appartenenza culturale.

Le istituzioni, la volontà politica e un agire sociale collettivo sorretto dalla passione comune e dalla consapevolezza di sé e della propria identità aiutano a salvaguardare e rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale di qualunque identità politica. Queste caratteristiche emergono dall’idea di Stato di Rousseau, il quale aggiungeva, inoltre, che le forme di governo ed i sistemi di legislazione devono adattarsi allo spirito dei popoli e al loro carattere e non viceversa.

Solo il popolo rappresenta la Nazione intesa proprio come un organo assoluto senza il quale lo Stato non esisterebbe, mentre le classi più elevate ne sono escluse. Ciò che lega una Nazione, oltre alla comune origine storica, la lingua, i costumi o il territorio, è la volontà degli individui, tutti ugualmente liberi. Questa è una considerazione del tutto attuale, che era, però, già presente nella riflessione dell’abate e politico francese Siéyes.
Alla fine dell’Ottocento si aprì un dibattito sui caratteri della Nazione e le posizioni furono divergenti: da una parte vi erano i teorici tedeschi i quali affermavano che la Nazione fosse un organismo vivente, sviluppatosi grazie all’azione inconsapevole di una “forza superiore”, identificata nel “genio nazionale” e nello “spirito popolare” (Idealismo); dall’altra vi erano intellettuali, come Mazzini, che sostenevano che la Nazione fosse un fatto di coscienza e che l’elemento decisivo che la costituiva fosse la volontà di vivere in comune, di essere una patria. Anche per Mazzini è il popolo, inteso unitariamente come titolare di diritti e doveri che trascendono quelli dei singoli individui – popolo inteso dunque come espressione di una nuova epoca storica – a costituire la Nazione, la cui funzione è pedagogica, essa educa infatti l’uomo al sacrificio, al dovere e all’etica in funzione della comunità.

Si può, però, anche ritenere che la Nazione sia un progetto della classe borghese (come pensava Marx) la quale, proponendosi come classe dominante, conquista il controllo dello Stato e dei suoi apparati legali e produttivi, a scapito dei vecchi ceti feudali e aristocratici. La Nazione non costituisce, in questa prospettiva, una totalità omogenea. I proletari ne sono esclusi: in quanto prodotto borghese, la Nazione è strettamente connessa alle dinamiche del sistema capitalistico e, come tale, questa verrà meno con il superamento dello stesso.

Nel tardo XIX secolo il concetto di Nazione diventa globale e inclusivo in corrispondenza della nascita degli Stati-Nazione. Indica quindi la totalità degli abitanti di un Paese, si avvicina al concetto di cittadinanza e spesso si rivela svincolato da componenti culturali o etniche. Dunque Nazione coincide sempre più con “insieme dei cittadini” o “popolo”, il quale assume la valenza di un soggetto politico unitario composto da uguali. Al contempo la Nazione si compenetra al concetto di patria, fino ad esprimersi in quello che sarà uno dei motivi di guerra in Europa agli inizi del ‘900: il nazionalismo.

Ci sentiamo, quindi, di poter affermare che l’idea di Nazione sia maturata nel tempo, soprattutto grazie al concetto di “gruppo di appartenenza”: la Nazione è tale dal punto di vista politico. Ciò prevede un profondo senso del “noi”, un grande desiderio di vivere insieme con consapevolezza della permanenza nel tempo della Nazione rispetto ai singoli individui. Il senso del “noi” si sviluppa nella popolazione spesso grazie al confronto con il “gruppo esterno”, che alle volte assume la forma di un odiato nemico, oggi come allora; ne è un esempio la storica rivalità tra Francia e Germania: entrambe hanno caratterizzato la loro identità nell’ostilità rispetto al vicino.

Oggi, nel quotidiano, usiamo erroneamente i termini “Nazione, Stato e Paese” come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso. Anche nel dibattito sui concetti di Stato e di Nazione e sul loro rapporto i termini vengono usati a volte in maniera scorretta. Per far chiarezza definiamo Stato un ordinamento giuridico politico che, ai fini generali, esercita il potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti ad esso appartenenti; il termine Stato è perciò legato maggiormente ad una questione istituzionale, mentre quello di Nazione indica una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni quali la lingua, il luogo geografico, la storia e le tradizioni; Paese indica il territorio e Stato la legittima istituzione amministrativa.

Lo Stato evoca in noi l’immagine di una sorta di recinto, al cui interno ci possono essere svariati gruppi di persone. Si può dire che lo stato rappresenti la proiezione pubblica di ciò che per un individuo è la proprietà privata. Quello che fa parte di questa proprietà dovrebbe dunque essere difeso e protetto.

Se quindi lo Stato è un’entità politica e geopolitica e la Nazione è un’entità culturale e/o etnica, nel momento in cui questi due concetti diventano complementari tra loro si giunge all’idea di Stato-Nazione che ne implica, quindi, la coincidenza geografica. Quando questo tipo di Stato si afferma, i suoi cittadini condividono linguaggio, cultura e valori, diversamente da quanto può avvenire in altri Stati storici. Stato e Nazione possono essere caratterizzati da differenti rapporti come quello di complementarità, appena sopra descritto, ma una Nazione può non essere necessariamente anche Stato e uno Stato non per forza anche Nazione. Infatti, nonostante al giorno d’oggi molte Nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato e ancora oggi esistono Nazioni senza Stato (es. Palestinesi) e Stati formati da più nazioni (es. USA) o anche Stati senza Nazione (es. Città del Vaticano).

Un esempio significativo del rapporto tra Stato e Nazione può essere proprio quello degli Stati Uniti. Essi possono essere considerati uno degli Stati più potenti al mondo, eppure sono basati su una realtà multietnica, formata da molteplici tipi di culture e tradizioni. Se all’inizio si erano formati diversi piccoli Stati, successivamente gli stessi hanno rinunciato alla propria individualità al fine di ottenere pari diritti e doveri. Ognuno ha mantenuto le sue origini, sacrificandone una minima parte e allo stesso tempo ha trovato un sistema politico-economico favorevole per il proprio sviluppo. Ecco allora che risulta chiara la conclusione: diverse Nazioni possono convivere e collaborare nello stesso Stato, se hanno come obiettivo il raggiungimento di una stabilità volta a migliorare la loro vita.

Lo “spirito nazionale” assume un ruolo fondamentale ancora oggi soprattutto negli Stati democratici in quanto questi si basano su determinati principi finalizzati al bene comune dei cittadini. Vi è, infatti, un nesso indissolubile tra democrazia e Stato nazionale; ciò è dimostrato sia sul piano storico, sia su quello logico. La spinta all’autogoverno non può nascere tra individui che semplicemente ‘si conoscono’; la democrazia può sorgere solo all’interno di una comunità caratterizzata da un “demos” che si ‘ri-conosca’ realmente come tale. Ma se l’equivalenza tra sovranità popolare (fondamento della democrazia) e sovranità nazionale ha certamente un fondamento storico, oggi può forse essere messa in discussione. Se anziché utilizzare l’espressione un po’ retorica di “sovranità popolare”, si facesse ricorso ad una più formale ma più aderente alla realtà, come “sovranità dei cittadini”, questa apparirebbe forse meglio fondante lo stato democratico.

Non è lecito perciò accettare l’idea che la democrazia gestisca solo gli “affari interni”, mentre per ciò che riguarda le questioni sovranazionali i cittadini debbano essere sudditi di quello che torna ad essere un “Leviatano”.

Ma a partire da quando possiamo dire che l’idea di Nazione entra in crisi? Probabilmente a partire dalla seconda metà ‘900 e questa crisi riguarda principalmente il mondo occidentale.

Uno dei fattori che ha portato a questo esito può essere identificato nel nostro moderno “Leviatano”: l’Europa, uno degli organismi sovranazionali che ci governa. Ogni Stato membro ha precisi obblighi e doveri che è tenuto a rispettare. Si sta creando una sorta di Stato nello Stato e di Nazione nella Nazione. L’Europa rappresenta un grande Stato, al cui interno ci sono diverse Nazioni (che attualmente però sono Stati poiché a loro volta, contengono Nazioni). In questo caso quindi lo Stato si vede obbligato a fronteggiare un organismo al di sopra di esso che lo porta a essere sempre più debole. Gli Stati nazionali e le loro sovranità vengono condizionati e connessi da attori transnazionali.

Un secondo fattore che ha portato a questo declino é riconducibile al fenomeno della globalizzazione (o, per meglio dire, occidentalizzazione), considerato in ogni sua precipua caratteristica: economica, politica, culturale e comunicativa. Per quanto riguarda l’ambito economico-politico e culturale, il fenomeno che appare più evidente è senza dubbio quello delle migrazioni. Milioni di uomini si spostano dal loro Paese d’origine ed entrano a far parte di altre comunità nazionali con tutti i problemi aperti che questo comporta.

Tuttavia, non è da sottovalutare lo sviluppo delle multinazionali che ha visto spostare il centro produttivo dai singoli Stati al globo intero, facendo perdere ai primi il controllo diretto sull’economia stessa e sui profitti che ne derivano. A causa di tale evoluzione, si viene creando un dislivello sostanziale tra politica ed economia: la prima ancora radicata al suo territorio, la seconda ormai completamente indipendente; non è più la politica che regola l’economia, ma è l’economia che fissa le regole della politica. Ne consegue che, essendo lo Stato strettamente legato alla Nazione, anche quest’ultima si trovi in una situazione di crisi. L’effetto che ne deriva è una perdita di identità del singolo Stato, a favore dell’affermazione di un “villaggio globale” (McLuhan). Appare evidente come il processo di globalizzazione sia inarrestabile, come le distanze si stiano accorciando vertiginosamente e come tutto il mondo sia in contatto. Proiettandoci nel futuro, sulla base di ciò che sta accadendo negli ultimi tempi, possiamo immaginare di avere una realtà sostanzialmente omogenea, dove il singolo non è più considerato nella sua particolarità, bensì come un individuo facente parte di un’immensa collettività. L’immagine del recinto prima citata perde quindi ogni significato. Ciò però non esclude il fatto che si possano conservare le proprie origini, le proprie tradizioni, la propria lingua e che il globale possa agire nel locale e viceversa, a formare ciò che viene definito “glocale”.

Infine, dal punto di vista storico, un altro evento che ha condizionato la mentalità popolare occidentale risale al periodo del secondo dopoguerra. Il nazionalismo estremista, diffuso soprattutto dalle ideologie fascista e nazista, ha portato la collettività a rifiutarlo. Capita spesso che le masse aderiscano agli ideali propinati dagli esponenti politici. Un esempio signiificativo è riconducibile all’Età Augustea: il sovrano diffuse infatti i valori del mos maiorum che la popolazione condivise con fervore. Lo stesso accadde nel XX secolo, quando Hitler e Mussolini si fecero promotori di quei concetti (patria, forza, razza) che portarono alla rovina molti Stati. Avevano lo scopo di migliorare la società, ma, a differenza del primo, i secondi ottennero l’effetto opposto.

Le conclusioni verso cui ci conduce la riflessione sin qui proposta sono di segno duplice: positivo e negativo.

La prima è che d’ora in poi sarà il globale che fisserà le regole della nostra vita. E’ vero che l’idea di globalizzazione rimanda al carattere indeterminato, ingovernabile e autopropulsivo degli affari mondiali e rappresenta un nuovo disordine globale (Bauman), ma l’epoca della globalità non scandisce necessariamente l’ora della fine della politica, al contrario si apre per quest’ultima una nuova era (Beck). Non conta lo spazio entro cui ti muovi, bensì come ti muovi all’interno di questo.

Un effetto nettamente negativo è la nascita di rigurgiti locali che si pongono come difensori e promotori dell’unità e della (pseudo) identità di un territorio circoscritto (es. Lega Lombarda). Questa tendenza sfocia in un’ostilità verso il “diverso”, in termini di razzismo, e verso il “nuovo”, in termini di anti-progresso. Al contrario, ciò che è positivo è appunto questo “nuovo”, nonché la manifestazione della sete di sapere dell’uomo, causa principale dell’apertura dei confini verso un mondo sconosciuto. Come insegna Dante, gli uomini da sempre, spinti dalla curiosità, cercano di dare nome all’infinito: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ma come può il bruco trasformarsi in farfalla? A quali condizioni può continuare ad esistere la Nazione? Se facciamo ancora coincidere l’idea di nazionalità con quella di eticità, allora quest’ultima, sotto le spinte disgregatrici del mondo globale, è destinata a perire. Se invece iniziamo a concepire la nazionalità come cittadinanza, intesa come soggettività di diritti e doveri, essa può trasformarsi in qualcosa di inedito. Occorre però tramutare i fattori di crisi in risorse: la paura del diverso in tolleranza, la scomparsa del recinto in cosmopolitismo e l’uniformità linguistica in possibilità di comunicare. Se poniamo le nostre speranze nella dissolvenza della nazionalità in cittadinanza, allora il nostro bruco diventerà farfalla.