Una raccolta di testimonianze di vita militare e civile per ricordare gli orrori da cui il 25 aprile ci ha liberato

Qualche anno fa mio nonno mi ha raccontato l’esperienza che ha vissuto durante
la Seconda Guerra Mondiale. Svolgeva il servizio militare vicino a Trieste, quando arrivarono i tedeschi, lo fecero prigioniero e lo portarono in Germania.
Il viaggio in treno fu lungo e all’interno dei vagoni non si riusciva a respirare dalla gente che c’era; non erano solo uomini, ma anche donne, bambini che urlavano dalla disperazione e anziani.
Arrivato in Germania, mio nonno lavorò per qualche mese in una campo di lavoro; poi un
giorno arrivarono le truppe tedesche cercando un contabile per amministrare i
conti in uno studio dentistico. Mio nonno non si fece scappare l’occasione e
andò a lavorare in quella casa. In quei mesi, la famiglia gli passava alcuni
pezzi di pane in più rispetto alla razione di cibo che gli spettava e gli
arrivavano di nascosto dall’Italia le sigarette che barattava per pezzi di pane
e patate.
Il tempo, dai suoi racconti, sembrava non passare mai e le giornate erano
tutte uguali, fin quando un giorno decise di provare a scappare.
Erano un gruppetto, rubarono un cavallo e partirono. Arrivati in Austria, le
scorte di cibo erano già terminate e allora uccisero il cavallo pur di avere
qualcosa da addentare.
Dopo qualche mese rivide finalmente le porte del suo Paese, e arrivato a casa
fu accolto dalla gioia di mia nonna.

Benedetta Grisoni
I UC

Il 9 settembre 1943 a soli 19 anni, Angelo fu caricato su un treno merci per essere deportato in un campo di smistamento: finì in un campo di lavoro (una fonderia) a Bochum. Il lavoro che praticava era duro e se qualcuno sbagliava qualche passaggio veniva frustato senza tregua, si mangiava pane e acqua e si lavorava 12-15 ore al giorno.
Morivano per sporcizia, fame e freddo. Angelo fu fortunato perché fece amicizia con un soldato tedesco che gli portava di nascosto da mangiare bucce di patate e, addirittura, a Natale un po’ di spezzatino con patate. Inoltre, una volta a settimana i prigionieri venivano portati a fare la disinfestazione degli indumenti che indossavano; per la doccia, invece, dovevano percorrere 10 km a piedi con i guardiani.
Quando suonava l’allarme nei campi di concentramento per i bombardamenti nemici, potevano andare nei bunker a ripararsi.
Il 4 novembre del 1944 Angelo venne liberato dagli americani. Tornato a casa, per tanto tempo non volle parlare di ciò che aveva visto e provato: dei suoi amici morti per la fame, per le malattie, per i maltrattamenti.

Sara Caimi
I UC

Mia nonna ricorda diversi episodi della guerra: quello principale riguarda suo zio Luigi Gerosa, nato nel 1914, un militare venne deportato in Germania come prigioniero.
Luigi scriveva lettere ai suoi famigliari dicendo loro di inviargli da mangiare perché lì veniva maltrattato e lasciato a digiuno.
Era sposato ed aveva anche un figlio, ma non ebbe modo di conoscerlo; Luigi riuscì a scappare dalla prigione e prese il treno per tornare a casa: purtroppo un bombardamento colpì il treno impedendogli di riabbracciare i suoi cari.

Mio nonno invece, ricorda che, abitando in una zona di confine con la Svizzera, la sua ed altre famiglie vennero fatte sfollare per lasciare alloggiare i militari tedeschi.

I miei nonni ricordano anche che fu sganciata una bomba con l’obiettivo di colpire la ferrovia di Chiasso, ma per un errore la bomba scoppiò proprio nel loro paese; si ruppero tutti i vetri delle finestre ma nessuno si fece male perchè la bomba cadde in una zona non abitata e prevalentemente paludosa.

Elena Mazzucchi
I UC

Mia nonna, nata nel 1938, viveva in un’enorme casa colonica immersa nella campagna veneta, vicino al fiume Piave. Segnava il confine l’importante linea ferroviaria che collegava l’Italia all’Austria e alla Germania, la quale veniva spesso bombardata dagli alleati per impedire il transito dei treni diretti in Germania. Tra il 1942 e il 1943 arrivarono i tedeschi e si impossessarono della casa, dato che era situata in un luogo strategico: c’era cibo, molto spazio e sotto un porticato i tedeschi allestirono una cucina da campo dove cucinavano per il battaglione prendendo tutto ciò di cui avevano bisogno. I graduati si appropriarono delle camere migliori.

Una notte tre triestini, sui treni per andare ad Auschwitz come deportati militari, riuscirono a scappare, dato che il treno prima di un ponte rallentava; si nascosero nel campo di granoturco tutta la notte e dato che i tedeschi di giorno andavano via , entrarono in casa spiegando alla mia bisnonna la situazione; lei li aiutò nascondendoli nel fienile. La famiglia portava loro da mangiare solo una volta al giorno perché se malauguratamente fossero arrivati i tedeschi avrebbero fucilato anche loro. Tutti erano felici di aiutare i tre ragazzi, ma vissero anni di gran timore.

Finita la guerra, i tre partirono per Trieste, la loro città natale, però tornarono ogni anno a trovare la mia bisnonna come segno di ricinoscenza, finchè lei rimase in vita.

Anna Burei
I UC


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