«Quello della matematica come disciplina per i superdotati è uno stereotipo piuttosto superficiale… Da una vita lavoro per abbatterlo, insegnando ai “non superdotati”. Ma chi sono questi superdotati?»

La professoressa Donata Niccolai, docente di fisica e matematica nel nostro istituto, nel suo commento all’articolo “Problemi con la matematica? Vai a Teatro!” è riuscita a darci una prospettiva interessante del cosiddetto “cervellone matematico”. Ebbene: non esiste.

E’ un luogo comune pensare che l’essere matematici sia destino di pochi iniziati, dotati di rara genialità. Le “superdoti” non sono che il risultato di un lavoro di consolidazione di conoscenze. Per cogliere il senso di quel codice cifrato, è sufficiente appropriarsi del linguaggio matematico.

Non si ha a che fare con una materia a sé stante, frutto di fredde costruzioni mentali e ragionamenti astratti e complicati, slegati dal mondo in cui quotidianamente viviamo: la matematica è linguaggio universale della realtà.

Certo, in Italia (stranamente?) la matematica a volte è vittima di un sistema che impedisce agli studenti di gustare il percorso della scoperta e gli argomenti creativi, discorso che sarebbe ampliabile anche ad altre discipline.

Non si può però dimenticare l’impegno, da parte dei nostri insegnanti, ad andare oltre il testo, stimolando il nostro coinvolgimento e trascendendo la lezione frontale. Si pensi anche alle attività fuori sede, come la recente entusiasmante conferenza “Fate il Nostro gioco”, sulla matematica del gioco d’azzardo.

Forse è divenuto facile nascondersi dietro alla scusa “la matematica non la capisco” per fare qualche sforzo in meno. Tuttavia, sarebbe utile assumere un atteggiamento meno rigido nei confronti della disciplina e sforzarsi di superare i propri limiti. Perché, come afferma il prof. Giuseppe Buccheri, “la matematica non è un modo di associare numeri e quindi risolvere problemi, ma un linguaggio che permette di pensare a problemi nuovi e straordinari, sviluppando le sue definizioni”.

Chiara Pepe
V PC