“Credevo impossibile che un uomo potesse vivere realmente nel modo descritto da un romanziere. Ora sono persuaso che la fantasia non inventa, bensì descrive ciò che non si è provato. Che queste mie parole siano errate, non lo posso asserire perché io stesso ho passato e sto passando quello che la mia fantasia, un giorno in cui ero tranquillo, percorreva. Di solito tutti gli scrittori, per meglio dire i romanzieri, fanno trovare la gioia e la felicità dopo le terribili avventure passate. Ma questa volta il personaggio di questo romanzo, di queste avventure, sono io e non posso dirmi sicuro di essere in ultimo felice, perché l’avventura è veritiera.”
Giuseppe Mauri, 31 dicembre 1944

Queste frasi sono tratte dal diario di Giuseppe Mauri, nato a Cantù il 13 maggio 1921. Cresciuto a Cascina Amata con i genitori, il fratello gemello Natale e altri due fratelli, Luigi e Maria, frequentò il “Setificio” a Como. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale con la divisione dell’esercito di cui faceva parte, la Piave, entrò in Roma dove era addetto all’ordine pubblico della città. Durante la sua permanenza nella capitale, dopo numerosi attriti con i tedeschi, Giuseppe e i suoi compagni furono catturati, disarmati e fatti prigionieri. Fu portato ad Ostia per 15 giorni; qui si occupò di sbarramenti anti-barca e anti-carro e iniziò, come racconta nelle pagine del suo diario, a conoscere molto bene i tedeschi e a patire fisicamente e moralmente. Da Ostia i tedeschi lo deportarono in Germania dove per otto mesi soffrì terribilmente. Il suo fisico era diventato irriconoscibile, e proprio per deperimento organico fu ricoverato, per poi essere rilasciato e mandato a lavorare con i contadini nella regione tedesca dello Spreewald, nel burg Cologne, il 4 maggio 1944.
Giuseppe, insieme ad altri dodici compagni, lavorava sotto un tale signor Nachtenz. Tagliavano legna, coltivavano e si occupavano delle bestie. Da quando si trovava nello Spreewald, la salute era migliorata, e anche le sue condizioni di lavoro, come racconta nel suo diario.

“In altre condizioni si trova il mio fisico da quando mi trovo nello Spreewald! Il corpo era tutto sporgenze ossee, gli occhi sembravano due fanali, la testa quella di un abitante della Luna. Come gli schiavi ci comandavano al lavoro. Era freddo e siccome ero in deperimento avevo ancora più freddo. “Avanti, cammina, devi lavorare, sei uno schiavo, ti hanno portato in questo paese al pari di una bestia e le bestie lavorano!” E’ la civiltà, mio caro; quella civiltà in cui tu credevi; quella civiltà che loro posseggono.”

I giorni erano tutti monotoni, ogni giorno lo stesso duro lavoro da svolgere, e la guerra continuava a regnare. Nessuno viveva tranquillo, nemmeno i tedeschi dopo l’arrivo dei russi.
Nel febbraio 1945 i russi erano sempre più vicini, e Giuseppe cercava conforto tra i baci e l’amore di una giovane russa. Si susseguiva una serie infinita di avvenimenti, e con questi anche i mesi trascorrevano. Giuseppe si trovava in Germania da oltre un anno, sentiva la mancanza dei suoi cari, specialmente della sua cara mamma, che spesso nomina nel suo diario, e dell’Italia, la sua amata patria: “Il re è la patria. E’ per l’idea di un uomo superbo che mi trovo in questa terra nemica, è per Mussolini ed il suo fascismo che mi trovo lontano dalla mia diletta Italia. Fascismo e nazismo, simboli di sottomissione forzata e di schiavitù.”
Il rumore delle sparatorie, dei cannoni, si sentiva ogni giorno di più, si avvertiva come vicina la rovina del mondo mentre la Germania bruciava. Giuseppe si sentiva sempre più stanco di quella sua esistenza, sempre più stanco della guerra.

“Il Signore Cristo é risorto! Oggi è Pasqua, e mi sono recato a seguire la Santa Messa insieme ai miei compagni. Per la Pasqua del ’46 sarò a casa, ne sono sicuro.
Il mio odio contro questo popolo e per il suo capo cresce di giorno in giorno, cresce perché denunciano le bestialità altrui, mentre loro hanno commesso le più atroci. E’ senza cuore questa gente, senza pietà. Figli di tutte le nazioni sono condannati ai lavori forzati e muoiono di fame. Ma hanno il coraggio di dire ad alta voce che combattono per la libertà della nuova Europa.”

Passata la Pasqua, il 22 marzo i russi erano sempre più vicini, avevano formato un anello e non si poteva più fuggire. Quella stessa notte invasero le zone adiacenti. I soldati tedeschi erano pochi, ma muniti di armi automatiche. I giorni si facevano sempre più duri, e Giuseppe a malapena riusciva a dormire.
Negli ultimi tempi aveva conosciuto una ragazza tedesca, Luisa. Ogni giorno le dava due uova, aveva poco da mangiare. Giuseppe voleva tornare in Italia, voleva scappare con i suoi compagni e Luisa, la ragazza tedesca dai capelli neri, che ora amava.
Luisa organizzò la fuga di Giuseppe, e i due giovani innamorati vennero ospitati da un amico di lei. Stavano sempre insieme e il 9 maggio partirono per l’Italia. Fu un viaggio lungo: rubavano qualche bicicletta, salivano su un treno merci, o semplicemente camminavano.
E infine in Italia arrivarono, Giuseppe Mauri ed Helena Lissien Steiner, i miei cari nonni, che purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscere. Giuseppe finalmente rivide la sua famiglia, ma non riuscì a riabbracciare il gemello Natale, deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove fu ucciso e cremato.
Luisa fu accolta con grande felicità da tutti, nel piccolo paese di Cascina Amata, dove con Giuseppe costruì una famiglia.
Giuseppe morì il 6 agosto del 1977 all’età di 56 anni.
Luisa morì il 6 aprile 1990 all’età di 66 anni.

Micol Canu Classe IUD

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