Il prossimo 27 gennaio noi tutti saremo chiamati a soffermarci sulla “Giornata della Memoria”, una ricorrenza istituita il 20 luglio del 2000 con la legge numero 211 emanata dal Parlamento italiano che ha deciso di aderire alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata di commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati.
Di quel periodo doloroso e difficile sono giunte a noi varie testimonianze di chi ha vissuto con gli occhi e sulla propria pelle quei terribili momenti che hanno cambiato la storia del mondo e di un’intera generazione. Tra queste testimonianze vi sono anche quelle dei miei nonni paterni, Domenico e Maria.
Entrambi sono nati e cresciuti in un piccolo paese dell’Alta Valsassina, in quegli anni erano solamente due bambini che ora, pur essendo anziani, ricordano ancora, come se fosse ieri, certi avvenimenti e figure che hanno condizionato la loro esistenza.
Mio nonno Domenico è nato nel 1931, in una famiglia contadina; lavorando nei campi, e soprattutto negli alpeggi di alta montagna, ha avuto modo di assistere a molti avvenimenti, soprattutto dopo i fatti dell’8 settembre 1943.
Nonno Domenico ricorda tutti gli sfollati che arrivavano in massa dalle città rase al suolo dai tedeschi, i militari di ogni esercito e nazionalità rimasti allo sbando, senza nessuna direttiva, che cercavano di salvarsi in Svizzera poiché, essendo disertori del regime, avrebbero pagato con la vita la loro scelta.
Queste persone avevano un itinerario ben preciso: tutti con un foglietto in mano cercavano di raggiungere attraverso la Valsassina e l’attraversamento del lago la salvezza in Svizzera, anche grazie all’aiuto di persone come parroci, barcaioli e abitanti del luogo.
Inoltre, pascolando le greggi negli alpeggi, nonno Domenico era spesso a contatto con le formazioni partigiane e alcune volte partecipava in prima persona agli eventi. Ricorda particolarmente quando nel 1944 fu avvicinato da tre persone, tra queste c’era il Comandante Al che gli chiese dove fosse rifugiato Antonio, un partigiano ferito, e di andarlo a chiamare dal momento che lo volevano visitare e curare. Nei giorni precedenti, durante un assalto alla caserma della polizia ferroviaria di Ballabio, il partigiano Antonio era rimasto ferito ad una gamba ed era stato trasportato poi all’alpeggio di Camaggiore.
Mio nonno, dopo aver ricevuto quell’ordine, andò da lui e gli riferì che tre persone lo cercavano, che una di queste era il comandante Al, ma non sapeva chi fossero gli altri due. Il partigiano, che aveva la febbre molto alta e stava molto male, prese la sua pistola e facendosi aiutare dal nonno raggiunse la chiesetta del paesino, dove, sotto il portico lo attendevano il comandante, un medico dell’ospedale di Bellano e un aiutante. Lì con degli strumenti rudimentali (punta e martello) venne tolto il proiettile dalla caviglia, ripulito l’osso e fasciata la ferita; questo intervento salvò la vita al partigiano.
Mio nonno racconta, quasi commuovendosi, che un altro partigiano, un russo di Rostov, aveva sempre, giorno e notte, il mitra impegnato nella mano destra e che a lui, bambino di 13 anni, sembrava invincibile, tuttavia, durante un rastrellamento in Val Biandino, cadde sotto il fuoco nemico. Venuta a sapere la notizia, Domenico ne fu molto triste.
Il nonno narra anche spesso di quando gli alleati facevano gli “aviolanci”, cioè cercavano di aiutare i partigiani e le popolazioni locali lanciando a terra viveri, vestiario, armi e vettovaglie. I ragazzi come il nonno cercavano, il più in fretta possibile, di recuperarli e consegnarli ai partigiani.
Mio nonno ricorda spesso questi avvenimenti con le lacrime agli occhi, al contrario di mia nonna Maria, nata nel 1938, che invece non rievova volentieri questi fatti e non ama parlarne.
La nonna Maria racconta solamente che durante i rastrellamenti tutti gli abitanti della frazione venivano messi al muro nel piazzale della chiesa e che, solo grazie all’intervento di una signora di origini tedesche che implorava i soldati, la popolazione fu risparmiata.
La nonna narra anche che suo papà, il mio bisnonno, aveva combattuto la Prima guerra mondiale e che durante un rastrellamento nel 1944 fu arrestato e con altre 40 persone portato nel carcere milanese di San Vittore. Dopo 40 giorni lui e una signora furono liberati, gli altri furono invece deportati nei campi di concentramento. Le madri, le mogli e le madri di queste persone andavano spesso a chiedere notizie dei loro cari al mio bisnonno, ma lui, nonostante conoscesse il loro tragico destino, si manteneva sul vago, lasciando una speranza nei loro cuori, assicurava che prima o poi sarebbero stati liberati anche loro, anche perché diceva: ”Se muore anche la speranza, muore tutto.”
Dai racconti che ho avuto la fortuna di ascoltare dai miei nonni, ho capito quanto fosse difficile essere un bambino che vive la guerra e le sue conseguenza. Tuttavia ho anche capito che il ricordo non deve solo restare scritto in un libro, ma tramandato in varie forme alle generazioni future affinchè certi orrori commessi dall’uomo non si ripetano più.
Katia Lazzari Classe VLA

Annunci