Hannah Arendt

Mi rivolgo a voi, uomini e cittadini del XXI secolo, e in particolare a voi politici, che vi impegnate tutti i giorni a rendere migliore il mondo in cui viviamo. La politica ha rappresentato per me, che non ho mai voluto considerarmi una filosofa ma una teorica della politica, appunto, lo sfondo del mio impegno di pensiero.

           

Nel corso della mia appassionata vita ho guardato con preoccupazione al progressivo disgregamento delle certezze nella società, ma ho sempre nutrito anche tanta speranza nelle capacità umane di risollevarsi. Il caso Eichmann ha reso visibile il contrassegno che caratterizza la società contemporanea, la cifra che ne descrive la moralità: il male è banale e gli uomini banali si celano dentro le maschere della burocrazia o nelle superficiali relazioni della nostra quotidianità. Ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare non è, o almeno non è principalmente, il numero delle persone che la compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle.

            La politica può tornare ad essere il terreno privilegiato per una riconquista degli spazi di libertà, di incontro, di azione e discorso. I giovani chiedono, oggi, alla politica e a voi politici, il rispetto degli impegni, la responsabilità. La politica è servizio. “Politica” significa, prima di tutto, misurarsi con la verità delle cose e il pensiero; essa è capacità di progettare, è apertura che chiede l’incontro con l’altro.

            Oggi è raro incontrare persone che credono di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione. Sempre più frequentemente si avverte nell’aria che respiriamo un sentimento comune alla maggior parte delle persone: l’arroganza. Ogni giorno ci imbattiamo in personalità differenti che, in quanto tali, manifestano un proprio pensiero non necessariamente uguale al nostro. Il difetto che accomuna il genere umano è la difficoltà a riconoscere i propri limiti, la strenua presunzione di possedere ragioni universali. Esistono, tuttavia, eccezioni più o meno silenziose, incarnate da quelle persone che ancora conservano la saggezza critica di saper distinguere il bene dal male, il bello dal brutto: l’apparente ovvietà di questa distinzione presuppone una grande apertura verso il mondo ed il prossimo. Sono persone che non impongono l’apertura del dialogo, ma la offrono lasciando agli altri l’arbitrio di accoglierla o meno. Ciò che fa di un uomo un pensatore è la sua capacità di districarsi nella complessità dei problemi che la vita quotidiana pone, riuscendo sempre ad andare oltre, non certo in virtù di un sapere astratto ma grazie alla propria umanità e al bagaglio di esperienze vissute. La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.

Io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che si interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale. La politica dovrebbe essere azione in vista del bene della collettività. La strumentalizzazione dell’azione e la degradazione della politica in mezzo per altri scopi, naturalmente, non è mai realmente riuscita a eliminare l’azione, a impedire che essa sia una delle esperienze umane decisive, o a distruggere completamente la sfera degli affari umani. Il Bene in politica si dispiega nella duplice direzione del perdono (il cui esito è il “sollievo” etico rispetto all’imprevedibilità delle azioni passate) e delle promesse (la cui tensione costituisce il “respiro” dell’anima rispetto all’imprevedibilità del futuro). Il codice morale ricavato dalle facoltà di perdonare e far promesse riposa su esperienze che nessuno può avere con se stesso ma, al contrario, sono interamente legate alla presenza di altri. E proprio come il grado e i modi dell’autogoverno giustificano e determinano il governo sugli altri – come si domina se stessi si domineranno gli altri – così il grado e le modalità dell’essere perdonati e assicurati con le promesse determinano il grado e i modi in cui si può riuscire a perdonare se stessi o a mantenere promesse che riguardano solo noi. Quanto la politica sia lontana da ogni forma di aggressività e di dominio sull’altro, appare dunque in tutta la sua luce se riusciamo a riappropriarci della dimensione dell’agire libero, dove l’umanità può incontrarsi senza mediazioni. Sono comunque consapevole che seguire una politica non imperialistica e conservare la fede in una dottrina non razzista diventa ogni giorno più difficile, perché diventa ogni giorno più chiaro quanto pesante sia per l’uomo il fardello del genere umano.

            Non le idee, ma gli eventi cambiano il mondo. L’azione senza discorso è cieca, il discorso senza azione è vuoto. Le idee che abbiamo portano ad un discorso e si concludono con un’azione. Per poter cambiare il mondo, è necessario che l’agire non si fermi ad un’esperienza, ma diventi un evento. L’azione è nascita perché innesca un meccanismo infinito, crea una risposta che può essere una nuova azione, che, a sua volta, ne cambia mille altre. Con il discorso e l’azione l’uomo si inserisce tra i suoi simili, distinguendosi e accomunandosi con loro: questo processo è paragonabile ad una seconda nascita. Il fatto che l’uomo sia capace di agire significa che da lui si può attendere l’inatteso, che egli è, cioè, in grado di compiere l’improbabile. Tutto ciò è possibile solo in quanto ogni uomo è unico e poiché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.

            La vita del criminale nazista Eichmann mostra come l’uomo possa trovarsi sulla strada dell’indistinzione e dell’inautenticità, senza la consapevolezza di avere irrimediabilmente perduto la sua umanità. Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso. Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. La politica del totalitarismo fu possibile proprio grazie alla assoluta normalità di individui come Eichmann; nella società attuale la concezione politica assume un significato dell’azione e dell’agire che non può coincidere con l’idea totalitaristica del dominio sull’altro e la cui unica fonte può essere solo una società democratica che non si lasci consumare in una politica del profitto e degli interessi personali. La politica vissuta da Eichmann come metodo di un’ascesa sociale è, paradossalmente, un esito pericoloso che può riproporsi in una società abbagliata dall’abbondanza della sua crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un processo interminabile, in cui non riesca più a riconoscere la propria futilità. La politica vissuta come questione dell’immagine corre il rischio di allontanarsi dalla realtà; essa percorre un crinale che può declinare, da un lato, verso la mancanza di pensiero e, dall’altro, verso una distorsione della verità, cioè la bugia. Il politico che mente nega agli altri uomini la possibilità del pensiero, in quanto distrugge dall’interno la possibilità stessa che un pensiero, nato dal confronto con altri pensieri, possa avere un’efficacia nell’azione politica. La bugia utilizzata in politica come via maestra al consenso può produrre soltanto il risultato di una degenerazione della democrazia in demagogia. Dal che si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.

            Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.

                                                                                                          Hannah Arendt

P.S. Questa lettera è stata scritta “intrecciando” alcuni pensieri di Hannah Arendt con quelli di alcuni giovani allievi dell’Istituto “Teresa Ciceri” di Como, al punto che non è più possibile separare i diversi pensieri, che così suonano come un’unica accorata voce rivolta agli uomini del nostro tempo. E’ a questi uomini e alla loro azione politica che sono affidate le speranze di questi giovani. Ed è a questi ragazzi e ragazze che sono dedicati la nostra passione e il nostro impegno nel mondo della scuola.

                                                                                              Nicola Cappi e Roberto Sala

ALEXEI GUTAN, classe 3^SC
ANTON GUTAN, classe 3^SC
OMAR HACINI, classe 3^SC
SANTIAGO LOCCIONI, classe 3^SD
FABRIZIO SCARPINO, classe 4^SB
FRANCESCA GIANI, classe 4^SC
GIULIA PARISI, classe 4^SC
CHIARA PRETE, classe 4^SC
ILARIA DI CEGLIE, classe 5^PA
ESTER GIANOLA, classe 5^PA
GIADA MANDAGLIO, classe 5^PA