Secondo la definizione dei linguisti, la lingua è un sistema di segni arbitrari – le parole – che si dispongono in modo da costituire l’architettura logica del discorso, dunque della comunicazione.

La nostra lingua è il risultato di un lungo processo di elaborazione che dall’Indovinello veronese, attraverso sette secoli di esperienze letterarie, è approdato, con l’unificazione nazionale prima e la standardizzazione linguistica operata dai mezzi di comunicazione poi, all’italiano di oggi.

Se è vero che una delle caratteristiche della lingua è la sua varietà diacronica, vale a dire la sua facoltà di evolversi nel tempo, è anche vero che nell’era dell’informatica questa evoluzione ha subito un’accelerazione tale da rendere l’italiano spesso irriconoscibile. Inoltre, si assiste ad una semplificazione delle competenze linguistiche, che si traduce in un vocabolario ridotto, una sintassi dominata, nell’orale come nello scritto, da procedimenti quasi alogici, e in generale in un’approssimazione formale che, oltre a svilire la straordinaria forza espressiva della nostra lingua, impedisce una comunicazione chiara e razionale.

Da qui la necessità di testare lo stato di salute dell’italiano, attraverso un dossier che non vuole opporsi all’innovazione linguistica, ma piuttosto invitare i lettori ad aprirsi alle novità senza rinunciare al patrimonio di possibilità comunicative che la nostra lingua ci offre.

“Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”, scriveva don Lorenzo Milani quasi mezzo secolo fa. Chi non conosce la propria lingua è prigioniero di sé stesso, dentro i limiti del suo linguaggio, che diventano anche i limiti del suo pensiero e della sua realtà. Un rischio che nel mondo senza frontiere del terzo millennio non possiamo permetterci di correre.

Prof.ssa Graziana Urso