Come ai tempi di Catone, anche oggi il timore di tradire i propri mores minaccia l’integrazione

Il tema dell’immigrazione e della conseguente integrazione di chi è costretto a lasciare la propria terra d’origine alla ricerca di condizioni di vita più favorevoli, è sempre stato un argomento critico a causa della complessità delle strategie necessarie per risolvere il problema.
Questo fenomeno non ha “età” in quanto esso è connaturato alla nascita del concetto di uomo, inteso come individuo sociale, capace di intrattenere qualsiasi tipo di interazione interpersonale.

Esemplificativo di questa affermazione è il fatto che i primi gruppi di ominidi, a seconda delle esigenze interne del branco, sentivano la necessità di spostarsi per cercare le condizioni necessarie per favorire l’adattamento all’ambiente. Con le migrazioni, dalle più piccole alle più grandi, si vengono a creare dei contatti tra le tribù, fra le quali viene favorito il dialogo più o meno pacifico.

Se i nostri antenati risolvevano le questioni legate alla supremazia, conseguenti alla convivenza su di uno stesso territorio, ricorrendo alla forza bruta e sfidandosi in una lotta corpo a corpo, oggi i metodi utilizzati per tutelare sia la popolazione autoctona, sia gli stranieri, appaiono simili e diversi allo stesso tempo.

Sia i “nuovi arrivati” che i “vecchi” portano con sé un bagaglio variopinto di tradizioni, di storia e di esperienze molto dissimili tra loro. La paura di perdere gli elementi fondanti della propria identità culturale è particolarmente evidente in alcuni illustri personaggi latini, tra cui spicca la figura di Catone il Censore, impegnato in un’attiva lotta in cui spronava i suoi concittadini a recuperare gli antichi mores, ormai largamente contaminati dall’influsso greco dovuto all’espansione imperialistica di Roma.

Anche in questo caso l’integrazione tra i due popoli fu difficile fino al momento in cui, superato il conservatorismo, Roma si è aperta al dialogo e allo scambio culturale, ricordandosi delle sue umili origini, derivate da una vasta mescolanza di popolazioni laziali.

La cronaca odierna mostra come la storia molte volte si ripeta e come, di volta in volta, la risoluzione dei problemi legati all’integrazione sia sempre più complicata.
I giovani stranieri, giunti nella nuova terra, trovano un clima di diffidenza che li rende insicuri, colpendoli più da vicino rispetto agli adulti, in quanto in loro la formazione di una propria identità non si è ancora del tutto sviluppata.
Se l’influsso greco aveva portato ad un’ellenizzazione dei costumi dei giovani romani, la ondata migratoria di oggi porta gli stranieri ad una rivalutazione, non sempre positiva, dei propri valori, conducendo gli individui, specialmente quelli più progressisti (in genere i meno anziani), ad una completa adesione alle mode occidentali, nella maggior parte dei casi non condivise dai genitori.

E’ proprio a causa dell’opposizione dei parenti che non di rado accadono (e sono divulgati dai media) episodi di violenza psico-fisica specialmente a danno dei più giovani. Basti pensare alla recente notizia della ragazza indiana uccisa dal padre perchè si era rifiutata di sposare il ragazzo da lui scelto, intrattenendo, invece, una relazione con un occidentale.
Questo è solo uno dei tanti episodi sintomo di una chiusura da parte di una cerchia di persone molto conservatrici (di cui il fondamentalismo islamico è l’espressione pi radicale), che minano i presupposti indispensabili per una pacifica convivenza, all’insegna della ricerca di quelle condizioni necessarie per il miglioramento di entrambe le parti.

Causa scatenante della discordia tra italiani e stranieri è, infatti, la convinzione che, perdendo le proprie tradizioni, venga meno un po’ di quell’essenza per cui ogni individuo si sente legato alla storia della propria terra d’origine, ad un percorso culturale-politico-sociale iniziato prima di lui e non ancora finito.
Se così non fosse non si troverebbe una spiegazione valida alla difficile convivenza tra le diverse culture e sarebbe, inoltre, impossibile ricercare risposte valide per spiegare la paura sempre più dilagante dei “non occidentali” di mutare i propri costumi favorendo così la perdita dell’identità caratteristica di ogni etnia.

L’unico rimedio a questo timore, nutrito nei confronti della popolazione ospitante, è quello di favorire lo scambio di idee e una attenta valutazione critica dei pilastri, dei concetti chiave sui quali si fonda la mentalità di ogni civiltà, al fine di operare una sintesi positiva degli elementi conciliatori di tutte.

Alice Pasqualin
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