Il ritratto di Sharbat Gula

Sono in esposizione in questi giorni a Milano 200 fotografie del fotoreporter statunitense Steve McCurry. La mostra intitolata “Sud-Est” è allestita presso il Palazzo della Ragione e, visto il grande successo di pubblico, è stata prorogata fino alla fine di febbraio.
L’ambientazione è ben curata: il buio della stanza rischiarata dai fari che proiettano la luce sulle fotografie concorre ad esaltarne la luce per così dire “naturale”. Le riproduzioni sono appese a reti sottilissime che pendono dal soffitto e che, appena sfiorate, oscillano. Ogni fotografia è corredata dall’indicazione del luogo in cui è stata scattata e dell’anno dello scatto. Pochi pannelli accompagnano le immagini raccontandone la storia e tuttavia non le parole ma i volti, i paesaggi e le situazioni ritratte dominano la scena.

Raggruppate secondo categorie, le fotografie sono tra le tante che Steve McCurry ha realizzato nei trent’anni (1980-2009) della sua lunga carriera. C’è anche la più famosa, il ritratto di Sharbat Gula, la “Afghan girl” che, comparsa per la prima volta sulla copertina del National Geographic del maggio 1985, è divenuta un’icona del secolo scorso, al punto che McCurry l’ha ritrovata e l’ha rifotografata a distanza di dieci anni.

I numerosi ritratti di persone di ogni età colpiscono innanzitutto per la forza magnetica degli sguardi. Anche i bambini con le armi in pugno, costretti alla terribile della realtà della guerra, conservano nello sguardo la freschezza e l’innocenza che non ci aspetteremmo di trovare in chi è sollecitato a sparare dalla situazione in cui vive. Sguardi e colori bucano l’obiettivo del fotografo e attraggono con la forza di una calamita l’osservatore, sembrano voler uscire dall’immagine quasi ad entrare in contatto con la realtà di chi li ha immortalati nell’istante.

I paesaggi ritraggono non solo la natura “diversa” di luoghi lontani da noi, ma raccontano storie. La tragedia della prima Guerra del Golfo s’impone in tutta la sua drammaticità, le scene di preghiera in Tibet sono ritratte nei luoghi più insoliti, quasi a dimostrare come ovunque s’impone l’urgenza della comunicazione con Dio, il crollo delle Torri Gemelle nel settembre del 2001 si spalanca sull’abisso di polvere e lamiere contorte che si lasciò dietro.

Un’istantanea ritrae un anziano indiano mentre dorme su di una panchina, sotto è il suo cane, colto nell’identica posa. Un edificio sacro si specchia nelle acque limpide di un fiume mostrandocene l’immagine capovolta, ma del tutto verosimile, un bambino pakistano corre per le vie dai muri colorati come in un fantastico labirinto, donne che posano come madonne rinascimentali si rivelano capaci, davanti all’obiettivo, delle espressioni più varie: la dolcezza, il rimpianto, l’orgoglio, la gioia, l’attesa, il dolore, la speranza.

Quello che la macchina fotografica di Steve MacCurry ritrae è un mondo di persone vive, anche quando hanno la morte vicina. E’ un mondo che non si arrende, in cui anche i più miseri vogliono essere protagonisti, se non altro lasciando il segno di un’esistenza che, proprio perché viva, non è mai banale.

Prof.ssa Antonella Grignola