Il secondo e atteso appuntamento del ciclo Amico Libro ha proposto un mix di musiche e parole sul tema dell’emigrazione. Protagonista l’attore e doppiatore lombardo, che agli studenti del Ciceri ha rivelato in esclusiva i segreti del suo mestiere.

“Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…” Con i versi di questa canzone popolare esordisce l’attore Giorgio Masciocchi, accompagnato dalle chitarre di tre alunni dell’indirizzo musicale del Ciceri (poi intervenuti in altri momenti di sottofondo).

Il silenzio cala in Aula Magna lasciando in estasi gli spettatori per quasi due ore. Con la sua voce calda e armoniosa, Masciocchi comincia a recitare un brano tratto da “La Merica” di Maria Messina, riportandoci indietro a tempi di miserie e speranze.

“Gli italiani sono un popolo di migranti e le loro destinazioni sono diffuse in tutto il mondo…” Scorrono così discorsi di emigrazione e America. Il percorso delle letture si avvia dalla fine del 1800 privilegiando racconti e testimonianze dei nostri compatrioti salpati verso paesi come l’Uruguay, l’Argentina e gli Stati Uniti.

Tutto questo per proporre una riflessione sulle vicende vissute dai nostri connazionali, vittime, non appena giunti alla tanto agognata meta, di ingiustizie ed umiliazioni che disonorano il genere umano. Non mancano tuttavia esempi di emigranti che riuscirono nella loro impresa, contribuendo in vari modi allo sviluppo delle Americhe.

Non secondario, infine, il proposito di incoraggiare noi studenti a guardare con umanità, intelligenza e apertura chi oggi vede nel nostro Paese la meta per il riscatto di una vita iniziata nella miseria, nella guerra, in condizioni di infelicità; insomma chi vede oggi nell’Italia la sua “Merica”.

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Gli studenti si cimentano poi in un’intervista che si discosta dall’argomento emigrazione per incentrarsi sul tema del mestiere dell’attore.

Quali sono le differenze principali fra l’attività di un attore teatrale e quella di un attore televisivo e cinematografico?
Sono linguaggi, sfere dello spettacolo differenti. Il primo vero attore appartiene al teatro e i bravi del cinema sono partiti da una scuola teatrale. Nel teatro, essendo l’operazione qui ed ora, senza possibilità di correzione, gli attori sono nudi di fronte al pubblico: il movimento li definisce in base a come viene compiuto in quel momento.
Ciò non sminuisce tuttavia né il teatro di prosa fatto in televisione, che purtroppo non si è più abituati a vedere, né il cinema, in cui scene contigue devono essere girate anche a distanza di mesi, per varie necessità, e ciò richiede una certa preparazione. La televisione somiglia molto al cinema, anche se l’ambiente ha un’aria più da atelier, da laboratorio.

Qual è la strada per diventare attore?
Il musicista che vuole entrare nel mondo della musica come strumentista frequenta il Conservatorio, perché quella è la sua vocazione. Il musicista quindi è una persona che ha studiato, ma può suonare con passione o meno, con sentimento oppure no. Come il musicista, l’attore ha bisogno prima dell’accademia e poi di superare l’accademia.

Per l’attore ci sono sì scuole formative, ma siccome si salta un passaggio molto importante, che è quello del linguaggio (essendo le parole simboli leggibili da tutti, diffrentemente dalle note musicali), chi ha intenzione di diventare attore può partire dalle strade più disparate: da una bella presenza fisica, che però basta fino a un certo punto, o da un timbro di voce interessante.

E’ un mestiere apprezzato da tutti ma a cui, oggi più di ieri, non si fa credito. L’attore, per arrivare ad avere un posticino, una particina (se segue le vie legali), può solo insistere, insistere, insistere. Io prima di ottenere una prova in una sala di doppiaggio “facevo la posta” in due o tre sale a Milano, perché così mi hanno detto: fatti vedere, sii presente, e qualcuno ti presterà attenzione. I percorsi sono tanti e possono esserci fallimenti nonostante le doti e successi nonostante la mediocrità.

In relazione alla formula del qui ed ora su cui si basa il teatro, l’attore ha un margine di libertà rispetto al copione o deve attenersi perfettamente ad esso?
Gradualmente, a partire dal dramma borghese del 1800, in cui una figura di riferimento governava l’impegno degli attori, i canoni della recitazione diventano sempre meno stereotipati. Il mondo si evolve, e con la Rivoluzione industriale i canoni sociali si fanno meno rigidi e meno chiara è la presenza di chi governa; pertanto anche i canoni dell’arte si liberalizzano. La libertà quindi oggi esiste.

La prima importante libertà è quella della traduzione: se io ho a che fare con Shakespeare e lo voglio rappresentare in italiano, ho bisogno di una traduzione italiana. La prima traduzione è il primo tradimento. Poi esiste il becero procedimento del taglio: tante volte vengono fatte omissioni che possono stravolgere la scena. Ciò è scorretto, a meno che lo spettatore non venga avvisato prima (“liberamente tratto da”). Questo per quanto riguarda il testo. Riguardo invece al portamento, niente viene lasciato all’improvvisazione, è tutto calibrato: il segreto è renderlo sulla scena come se non lo fosse.

Come coltiva la propria voce l’attore teatrale?
C’è una struttura anatomica dell’apparato vocale e certamente ci sono delle esercitazioni che riescono a far sì che prima ancora della conoscenza, ci sia una coscienza del punto del corpo in cui la voce deve essere fatta risuonare (voce di testa, di petto o altro).

Come è nata questa passione, qual è stata la sua strada?
Alle elementari vedevo tanto teatro di prosa in televisione e mi piaceva creare delle scene da rappresentare con i compagni. Poi ho mollato per un po’ e dopo, subentrato un imbarazzante difetto di pronuncia unito al fatto che il teatro mi tornava a interessare, mi sono iscritto a una scuola. Balbettavo. Questo problema lo superi se comprendi che la vita è un copione già scritto: sul palco ero perfetto.

Nella sala di doppiaggio c’è un clima a sé, si cerca di non creare scintille, problemi, soprattutto quando qualcuno comincia a sbagliare. Quello del doppiatore è un lavoro pesante, difficile, lo sforzo di lavorare insieme all’immagine che vedi davanti è notevole: diventa un fatto tecnico che rischia di oltrepassare il fatto artistico, il fatto espressivo. La bravura di molti miei ex-colleghi è andata sprecata.

Oltre a questo c’è il fattore economico. Il passaggio per far soldi è obbrobrioso: le pubblicità. Vai a offrire la tua professionalità per qualcosa di basso livello, ma c’è chi lo fa: a me è capitato un paio di volte.

Il mio è un lavoro bello ma logorante, massacrante, che richiede di rinunciare oltre che alla decenza economica anche alla vita privata, a meno che l’amore non nasca tra colleghi.

Nell’interpretazione dei personaggi cosa mette di personale?
Recitare è un mix tra: quello che sei, a livello di sensibilità; curiosità, la volontà di scoprire le persone, al di là dei sentimenti di antipatia – simpatia, per il puro gusto di leggere qualcosa di insolito; tecnica, dietro cui si cela una magia.

Personalmente, cerco di entrare dentro il personaggio, che non significa calarvisi, ma ascoltarlo, cercare di diventare come lui: ascoltare me stesso per verificare se lo sono diventato, riascoltarmi per valutare se sono ancora un ibrido.

Il vero attore sa trasformarsi e non lasciare più niente di sé in un carattere, non perché quel sé si annulli ma perché viene rovesciato nel personaggio interpretato, che diventa sia quello che l’attore è, sia quello che vorrebbe essere, e forse anche quello che non è.

Chiara Pepe
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