Nadia premiata da Ceausescu

Lo sport non è solo un insieme di attività motorie ma è da sempre anche uno dei pochi collanti dell’umanità, in quanto possiede la forza di far dialogare i popoli e le persone: in Grecia, per esempio, durante i Giochi Olimpici le guerre venivano interrotte.
A partire dai primi anni del Novecento, però, lo sport divenne per lo più un’arma politica. Il fascismo in Italia, lo stalinismo in Russia e il nazismo in Germania utilizzarono i propri atleti come strumento di propaganda del regime. E’ accaduto anche nella Romania comunista di Ceausescu, dove negli anni settanta entrò nella spirale della strumentalizzazione una giovanissima ginnasta: Nadia Comaneci.

Nata il 12 novembre 1961 ad Onesti, cittadina industriale all’ombra dei Carpazi, Nadia sarà il nuovo e duraturo emblema della ginnastica artistica. Un sogno divenuto per lei realtà grazie all’allenatore Bela Karolyi, che la scoprì nella palestra della sua scuola, intuendo dal principio il potenziale di quella volenterosa bambina.

Per Nadia arrivano anni di sacrifici, di allenamenti estenuanti – quattro ore al giorno per sei ore alla settimana. Tutto questo le porterà la medaglia d’oro ai campionati nazionali juniores all’età di otto anni, poi l’ingresso nella nazionale di ginnastica a dieci. Da lei ci si aspetta tanto, forse troppo, ma Nadia non deluderà mai le aspettative: ha un’anima da donna nel corpo di una bambina.

Alle Olimpiadi di Montreal del 1976, boicottate dai paesi africani per protesta contro l’apartheid in Sudafrica, a rappresentare la Romania nella disciplina della ginnastica artistica è proprio lei. Ad appena 14 anni, ecco che sale sulla pedana per eseguire il suo esercizio alle parallele. Non molto alta, magra, spalle larghe, capelli raccolti in una coda alta e tenuti insieme da un nastro; un body semplice, bianco con i colori della bandiera rumena: Nadia vola come una libellula tra uno staggio e l’altro. Alla fine della sua esibizione otterrà il massimo punteggio, cosa mai avvenuta nelle precedenti edizioni olimpiche. Un evento talmente straordinario che nemmeno il tabellone riuscirà a registrare, in quanto si pensava che totalizzare il voto massimo, cioè 10, fosse umanamente impossibile.

Le parallele non furono l’unica medaglia d’oro di Nadia, che ne vinse altre due rispettivamente nell’esibizione individuale e alla trave; conquistò anche un argento nell’esibizione di squadra e un bronzo nel corpo libero.

Il suo strabiliante successo venne riconosciuto in tutta la Romania: in particolare Ceausescu la invitò più volte a palazzo conferendole la medaglia d’oro di Eroe del Partito Socialista e proponendole di trasferirsi a Bucarest; le regalò una villetta, una bella auto. Addirittura si pensa che Nadia anni dopo sia diventata l’amante del figlio del dittatore. Per la nuova stella, il cui destino si intreccia a doppio filo con quello del regime, sono anni di grande dolore che la portano a tentare il suicidio ingerendo della candeggina. Ma Nadia è forte. Si rialza con molta più grinta e determinazione di prima, arrivando alle Olimpiadi di Mosca più in forma che mai e guadagnandosi il gradino più alto del podio alla trave e nel corpo libero.

Poi nell’autunno del 1989, alla vigilia della Rivoluzione, la giovane atleta fugge prima in Ungheria, poi negli Stati Uniti.

Ancora oggi Nadia, ormai madre, dedica la sua vita allo sport. Insieme con il compagno ed ex ginnasta Bart Conner ha aperto un’accademia di ginnastica, è vice-presidente del consiglio di amministrazione dell’International Special Olympics, è presidente onoraria della Federazione rumena di ginnastica e del Comitato olimpico rumeno, ambasciatrice dello sport della Romania. E’ inoltre impegnata in campo sociale come vice-presidente di un’associazione per la lotta alla distrofia muscolare e come fondatrice della Clinica per bambini “Nadia Comaneci” a Bucarest.

Insomma, Nadia è un esempio di atleta, ma è soprattutto una donna che nonostante gli abusi subìti da un regime dittatoriale ha saputo conservare dentro di sé i valori su cui ha costruito la sua carriera: la sua immagine, oggi, appartiene solo a lei e a chi ama lo sport nel suo significato più nobile.

Sara Civati
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