Fonte: RinascitaCampania

L’ambiente di lavoro è uno tra i tanti campi di battaglia della vita, dove il lavoratore mette in gioco tutte le sue abilità per guadagnarsi un’esistenza dignitosa. Come in una vera guerra l’impiegato può vincere le battaglie quotidiane o soccombere. Il vero problema si presenta quando, all’interno dell’ambito professionale, non si riesce a continuare a lottare per la difesa del posto. Spesso sono pratiche come il mobbing o la rivalità tra colleghi a mettere fine ad una carriera lavorativa. A questo punto bisognerebbe semplicemente trovare un altro “campo di battaglia”, ma oggi può accadere che la parola fine non venga scritta per una carriera, quanto piuttosto per una vita.

I 25 casi di suicidio registrati presso l’azienda francese Telecom, anche se invisibili ai dirigenti, dovrebbero essere presi in considerazione e indurci ad aprire gli occhi su un fenomeno gravissimo. Una breve lettera, lasciata da un ex impiegato dell’azienda (uno dei 25) chiarisce come il lavoro sia l’unico motivo per cui sia amissibile morire. Non avere famiglia o supporto morale, sono considerate motivazioni ininfluenti. L’ambiente professionale, ormai divenuto un vero e proprio inferno, è presentato come la sola ragione per cui abbia un senso porre fine ad una vita dai ritmi insostenibili. I casi delle altre 24 morti non sono differenti, pur nella diversità delle singole situazioni: è sempre l’impiego (la pressione sul posto di lavoro, le scarse gratificazioni) ad essere indicato come la causa di una scelta fatale.

La recente crisi economica è da considerarsi uno dei motivi aggravanti del disagio nel lavoro. Già prima trovare una professione era un’impresa quasi epica, mantenerla era definito un miracolo. Col passare degli anni il numero dei prerequisiti richiesti è aumentato. Per trovare un buon impiego non ci si può più affidare soltanto alla licenza superiore, bisogna conseguire almeno una laurea. Chi non segue questo percorso finisce con l’accettare lavori poco gratificanti oltre che mal retribuiti. Chi prosegue nello studio, non sempre riesce ad arrivare al traguardo dell’impiego. E sempre più spesso, se lo raggiunge, si tratta di un posto precario. Nelle aziende le persone fisiche vengono lentamente sostituite dai macchinari, dai computer, “presenze” che svolgono compiti in minor tempo, e più efficientemente di una persona. E che, tra l’altro, non necessitano di retribuzione, ma solo di manutenzione. Con la crisi incalzante, far passare un cammello per la cruna di un ago sembra più probabile che trovare un impiego fisso. Una vita lavorativa serena, o quantomeno umanamente vivibile, pare quasi un’utopia.

Ormai il lavoro sembra essere diventato l’unico obiettivo nella vita di un individuo: è il sovrano che stabilisce le regole, decidendo chi debba perire sotto la sua mano e chi invece possa continuare ad operare per lui. L’impiego non è più solo una fonte di retribuzione, ma il modo per asservire i dipendenti ai meccanismi inesorabili di una società costruita su un terreno instabile, nella quale gli impiegati sono continuamente pressati da superiori interessati soltanto al raggiungimento dei traguardi prefissati. Per questo le situazioni emotive dei loro dipendenti, fonti del loro guadagno, passano in secondo piano. Così questi vengono trattati come vere e proprie macchine da lavoro: turni massacranti, compiti stressanti e pressioni di vario genere sono le principali cause della “depressione da impiegato”. E’ successo raramente che poi questa depressione prendesse pieghe tragiche, ma ciò che è capitato alla Telecom France, una grande azienda con abbondanza di posti fissi, potrebbe essere solo l’inizio di un’epidemia di suicidi. Come se le morti sul lavoro non fossero già abbastanza.

Il lavoro è prima di tutto un mezzo per guadagnarsi il pane, non la morte. Una repubblica è fondata sul lavoro, non è regolata da esso. Il lavoro non può “decidere” della sorte di una persona, nè di venticinque.

Gaia Brand
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