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Il proiettile di una pistola colpisce a distanza: segue il bersaglio come uno sguardo silenzioso prima di infliggere il colpo mortale. E’ spesso un occhio che non vede e non si cura di vedere: semplicemente colpisce, senza macchiarsi di sangue e paura, privando la morte di qualsiasi dignità, spogliandola di ogni sentimento e riducendola ad una visione lontana, ad uno scoppio che si spegne nel silenzio gettando una vita nel buio.

Nella curiosa evoluzione dell’umanità gli strumenti del male si rimpiccioliscono e con essi anche il coraggio, il valore attribuito ad ogni singola esistenza.

Sono finite le epoche degli eroi, dei combattimenti faccia a faccia, spada contro spada, quando ancora gli ideali e l’onore contavano qualcosa nel linguaggio delle armi.
Ora un solo scoppio annienta una vita, dieci vite, cento vite, diecimila vite…e la morte ha la forma di un fungo grigio fatto di fumo, sembra uno scherzo del cielo ma non lo è, è un mostro creato dall’uomo per uccidere i suoi simili.
E questo dolore, questa sofferenza, questo male pianificato e voluto dev’essere mostrato a tutti, al mondo intero, così che possa insinuarsi in ogni casa, turbare ogni coscienza.

Secoli di storia non sono serviti a niente se non a potenziare quella forma di intelligenza umana che è l’astuzia e quella sorta di indifferenza che abbatte il più piccolo accenno di pietà. In fondo, i libri di storia raccontano che la vita è già stata vissuta da altri non molto diversi da noi.

La televisione è l’apice della cronaca moderna e fornisce lo specchio dell’umanità presente e futura con le sue immagini in presa diretta, l’impareggiabile potenza visiva che è in grado di trasmettere. E a che cosa conduce questo continuo bombardamento di informazioni? Qual è il suo effetto sulle persone?

Secondo Alfred Weber innesca due reazioni nell’uomo: l’ansia e la speranza.
C’è ben poca speranza, però, nella visione della morte e della distruzione; assistere a certe tragedie suscita rabbia ed impotenza. L’irreparabile scorre al di là dello schermo reclamando l’attenzione che gli è dovuta, ed è possibile farlo cessare semplicemente premendo un pulsante. In questo modo l’evento che ha ucciso migliaia di persone si trasforma in uno spettacolo, uno show da guardare e commentare, ed a forza di essere ripetuto perde importanza, quasi annoia.

Tutto questo continuo guardare sta rendendo sempre più ciechi, perché non sconvolge fino in fondo l’anima, la rende apatica fornendole il finale di un racconto già scritto.

Le inquadrature precise ci narrano la realtà senza lasciare spazio all’immaginazione , allontanano la verità anziché avvicinarla, educano a credere solo a ciò che si vede: una guerra senza immagini rischia di non esistere. Eppure nemmeno una guerra in telecronaca diretta esiste veramente; migliaia di sfumature sfuggono all’occhio meccanico della telecamera. Sono le parole che mancano in realtà: l’unico mezzo in grado di far sentire l’uomo presente in una situazione anche quando non lo è, di provocare un sentimento toccando le corde del suo cuore.

Perché una nuvola di fumo non commuove, ma l’idea che in quel fumo siano morti dei bambini, delle persone inconsapevoli a cui la morte è piombata addosso all’improvviso e non per opera del destino, ma a causa di un uomo che in alto, dove il cielo è ancora limpido, ha liberato un mostro per sbranare le loro vite indifese: questo commuove.
E commuove sapere i nomi di quelle persone, le loro storie; i loro corpi esanimi, invece, suscitano solo il vago senso di ribrezzo delle cose morte.

La guerra è sempre stata spettacolarizzata perché ha un impatto notevole sull’animo umano e si nutre degli stessi elementi della tragedia: il coraggio e la morte.

I grandi poemi eroici cantavano le gesta di uomini straordinari, insegnando alle generazione future i valori e i culti della società, trasmettevano regole, esempi da seguire.
In quel tempo gli uomini agivano in nome degli ideali e potevano essere giudicati bene o male rispetto a ciò in cui credevano, ora sono abituati a seguire le logiche del potere e dei propri interessi. Il loro egoismo così marcato prende le sembianze di una pallottola sparata a distanza o di un’esplosione dalla quale si preoccupano di tenersi lontani.

Le persone muoiono a grappoli in guerre per le quali non stanno nemmeno combattendo, vengono uccise senza un motivo apparente e, nonostante tutto, le parole tacciono.

L’informazione televisiva narra i fatti preoccupandosi tanto di accompagnarli con immagini significative, ma non mostra l’ingiustizia, non rivendica nessuna morale.

E la gente si perde nella luce azzurrina della televisione senza comprendere il motivo, smettendo perfino di domandarsi perché. Le notizie non si limitano più all’oggettività dei fatti, ma vengono schiavizzate dall’importanza degli ascolti; l’informazione si inchina al suo pubblico.

Mille tragedie individuali vengono ignorate, forse ritenute poco adatte alla trasmissione televisiva, e nessuno le racconta perché le immagini sono più immediate, più reali, della pagina scritta. La televisione può parlare al mondo contemporaneamente, mentre un articolo, un racconto, presuppone una lettura individuale, una riflessione più profonda.

Le parole, però, durano più a lungo nella sfera della coscienza collettiva, hanno un impatto morale maggiore.

Ecco come Oriana Fallaci nel suo libro “Niente e così sia” definisce il male peggiore della guerra: “Niente quanto una guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.”

“Dignità” è sufficiente dire questo e gli animi si infiammano; vale più di una sequenza di fotogrammi ripetuti fino a farne perdere ogni senso. Non ci si può sentire impotenti nell’ascoltare la pronuncia perfetta di questa parola con cui si sente l’eco della vita e non della morte, la possibilità di cambiare e di vedere oltre quel fumo drammatico e privo di speranze mostrato centinaia di volte ad occhi sempre più appannati.

Alice Figini
IV PC