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“Breaking Dawn – parte1”. Eh sì, perché una ragione puramente commerciale ha spinto i produttori – tra cui la già straricca scrittrice Stephenie Meyer – a spezzare l’ultimo capitolo della fortunata saga di “Twilight” in due tronconi. Ma si è trattata di una mossa azzardata: la qualità del film appena uscito è addirittura inferiore a quella del primo capitolo e questo non sarà di certo un incentivo per recarsi al cinema la prossima volta.

Credete che sia un giudizio esagerato? Suvvia: siamo realistici e oggettivi! L’aspettativa era alta, come, presumibilmente, anche il budget – il lussuoso vestito da sposa di Bella, creato appositamente da Carolina Herrera, lo testimonia. Allora come ci si spiega 117 minuti di interminabili piagnucolii, frasi o solo sussurrate o solo urlate, senza vie di mezzo…? Se ci penso, ancora adesso non mi capacito di come il regista Bill Condon abbia saputo riempire quasi due ore di pellicola giocando quasi unicamente con gli sguardi dei personaggi. Sguardi che, stando al libro, sarebbero dovuti essere pieni di passione, tormento, tristezza, paura, rabbia… ma che in realtà hanno avuto la sola funzione di rendere stereotipi i personaggi, che non accennano a cambiamenti per tutta la durata del film. Così, Bella è quella con lo sguardo spento di chi non dorme da due settimane; Edward è quello che tiene sempre gli occhi bassi, come in perenne dialogo interiore con se stesso e Jacob è l’arrabbiato. Ma non sono solo gli sguardi a non mutare. Il film, infatti, è divisibile in tre lunghi momenti, che possiamo intitolare sinteticamente “ Il matrimonio”, “L’isola Esme” e “La gravidanza”.

La scena del matrimonio occupa la prima mezz’ora della pellicola e si svolge quasi unicamente nel giardino di casa Cullen; la cerimonia dura sì e no 35 secondi, il resto del tempo è dedicato a danze, vedute aeree, spezzoni di dialoghi tra gli invitati e alla patetica rappresentazione di quello, che nel libro, era il litigio tra Jacob e Bella. Già, patetico, perché ancora una volta lo spirito guerriero di Bella viene del tutto soffocato in un pianto senza parole, sottomesso alla furia del licantropo. “L’isola Esme” era il momento più atteso: finalmente l’amore misurato, controllato e statico di Edward e Bella si sarebbe dovuto concedere un attimo di normale vita coniugale sotto le lenzuola. Ma chi si aspettava una lunga e memorabile scena di sesso è rimasto deluso: in realtà la scena dura complessivamente 5 minuti, 3 dei quali narrati sotto forma di flash back. Segue un interminabile scambio di sguardi tra i due sposi: Edward guarda inorridito Bella, Bella guarda Edward senza capire cosa stia succedendo di tanto grave. Infine, comincia la più lunga delle sequenze: “La gravidanza”. Il bambino rischia di uccidere Bella dall’interno, così tutti i Cullen cercano di convincerla ad abortire; tuttavia Bella non vuole farlo e chiede aiuto a Rosalie, che sembra essere l’unica a capirla. I lupi scoprono l’esistenza del nascituro e anche loro vogliono liberarsene, allora Jacob si schiera in difesa di Bella, abbandonando il branco. Bella poi ha un distacco di placenta e sembra sul punto di morire, ma Edward interviene in tempo e la trasforma in vampiro.

Una decina di righe per descrivere in modo abbastanza completo un’ora di film. Ciò testimonia il motivo per cui è impossibile ricordarsi nei particolari la sequenza della gravidanza di Bella: è annacquata. Senza contare che questo spezzone è del tutto contrastante con il resto del film, poiché assume caratteri decisamente cruenti; la scena del parto, poi, è particolarmente sgradevole: il sangue e le urla sono i protagonisti e associati all’ottimo lavoro di truccatori e tecnici, che hanno trasformato Bella in una creatura denutrita e sfinita, producono un effetto davvero nauseante. Per quanto riguarda l’imprinting e il finale non perdo nemmeno tempo a commentare: Jacob guarda Renesmee, si inginocchia e vede le nuvole e il futuro. Bella, invece, si limita alla mossa più prevedibile del mondo: spalanca gli occhi rossi e iniziano i titoli di coda.

Insomma, un ipocrita evento commerciale, che non è nemmeno riuscito a raggiungere i minimi standard di qualità.

Roberta Maestri
V LA